Ancora due appunti su Debord

Ne La società dello spettacolo di Debord, la cui apertura è stata scelta come “quasi manifesto” di questo spazio, si possono trovare altri strumenti molto interessanti per leggere le società “democratico- spettacolari” (definizione di Giorgio Agamben in Mezzi senza fine. Note sulla politica, raccolta che include anche delle utili “Glosse in margine ai Commentari sulla società dello spettacolo”) in cui viviamo. Si dice per esempio che lo spettacolo non è l’insieme delle immagini che ci inondano, ma che le immagini mediano le relazioni sociali tra le persone. Lo spettacolo è una Weltanschauung – una visione del mondo oggettivata – e costituisce il modello attuale di vita socialmente dominante. Lo spettacolo è, naturalmente, autoreferenziale: è il discorso che l’ordine mantiene su sé stesso, l’autoritratto del potere. Lo spettacolo è l’impiego del tempo e il momento storico in cui siamo immersi. In esso, ciò che appare è buono ed è buono ciò che appare. Lo spettacolo è il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna, la produzione principale della società attuale ed il contrario del dialogo. È, inoltre, conseguenza della debolezza del progetto filosofico occidentale fondato sull’equivalenza tra vedere e sapere (a scapito dell’ascolto, per esempio). Lo spettacolo è l’incubo della società moderna incatenata, la quale vorrebbe solo dormire: lo spettacolo veglia sul suo sonno. Lo spettacolo cancella le tracce della produzione; i prodotti che crea rafforzano le condizioni di isolamento delle “moltitudini solitarie”. Le azioni, i gesti dell’uomo cessano di appartenergli. Nella società dello spettacolo la mercanzia occupa la totalità della vita sociale e il consumo alienato è per le masse un dovere. Il consumatore è trattato apparentemente come una persona rilevante, con attenta gentilezza. Lo spettacolo produce incessantemente false necessità che rinviano a quella più importante: il mantenimento del suo stesso impero. Lì dove domina la concentrazione spettacolare, domina anche la polizia. Lo spettacolo, come organizzazione sociale stabilita della paralisi della storia e della memoria, è la falsa coscienza del tempo. Al centro del falso movimento del suo mondo, la coscienza spettatrice non contempla nessuna transizione verso la sua realizzazione, e nemmeno verso la sua morte. La pubblicità insinua la colpevolezza di chi muore senza essersi assicurato. E l’invecchiamento è severamente proibito.

Amen.

La rivista Archipiélago, nella sua epoca eroica, ha pubblicato un bel numero monografico su cultura e spettacolo – il 16/1993 – con contributi, tra gli altri, di Rafael Sánchez Ferlosio, “Acerca de la ritualización de los saberes”; Giorgio Agamben, “La sociedad del espectáculo y la política del hombre cualquiera”; Agustín García Calvo, “De los límites de la cultura y las artes”; y Carlo Sini, “La cultura como espectáculo”.

p.s. Per una strana coincidenza, tale numero contiene anche un necrologio per la scomparsa di Paul K. Feyerabend, tornato in auge in questi giorni, naturalmente solo in forma spettacolare, a causa della mancata visita di Benedetto XVI alla Sapienza di Roma. Per un’altra strana coincidenza, il necrologio s’intitola “Persona non grata“. Su Feyerabend torneremo.

p.p.s. Ormai la frittata è fatta e il Vaticano ha incassato una vittoria su tutti i fronti. Ma il punto che non si sottolinea abbastanza, visto che il discorso si è spostato sulla libertà di parola, è che Ratzinger non doveva essere invitato all’apertura dell’anno accademico. Gli altri 364 giorni potevano farlo. Dimissioni immediate del Magnifico Incompetente Renato Guarini, visto che sua è la responsabilità.

Una Risposta

  1. Parole Sante!

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