S. Vassalli, Archeologia del presente

Torino, Einaudi, 2001, pp. 173.

O anche: archeologia della deriva. Di un paese, il nostro, fino all’incagliamento del presente (o nel presente, nella secca di questo presente). È un romanzo ma si legge anche come documento: il narratore inanella episodi su episodi della storia italiana dall’inizio dei ’70 a quello del nuovo millennio. Dalle prime crepe nel progetto della modernità – ma l’Italia l’ha mai avuto? – al suo crollo rumoroso sotto le spinte del medioevo che ritorna: Dio, patria e famiglia; o anche, religione, etnia, piccole patrie inventate. Non è che io rimpianga quel progetto, la cui Storia, come ricorda Benjamin, ammucchia una montagna di cadaveri tale da raggiungere il suo angelo in fuga. Ma il vuoto lasciato, purtroppo, si è riempito di spazzatura.

Questo è lo sfondo di Archeologia del presente, la grande narrazione che contiene quella piccola, le vite di Leo e Michela che volevano cambiare il mondo e che invece subiscono un terribile contrappasso. Potrebbe fare il paio con La meglio gioventù se non fosse decisamente più amaro, come amara è l’ironia che accompagna il ricordo di chi narra. L’ironia come fragile diga contro il debordare dell’emozione? Forse. C’è chi, invece, ha definito l’ironia come l’ornato dell’impotenza.

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