liquidazione di resti in serie *

Signorinaeffe, di Wilma Labate, Italia, 2007.

Non sempre c’è coincidenza tra i cambi del calendario e quelli della storia, o dello Zeitgeist se vogliamo. In Italia, nel 1980, ci fu invece un evento che segnò perfettamente il cambio della decade e quello dello spirito dei tempi che si annunciavano, una serranda abbassata sugli anni 70 e un tappeto rosso tirato sugli anni 80. Furono i 35 giorni di sciopero alla Fiat, conclusisi con la più grande sconfitta nella storia delle lotte sindacali italiane.

Per avere appena un’idea di che cos’era la Fiat alla fine degli anni 60 ricavo una breve descrizione della fabbrica di Mirafiori – ma poi c’erano gli stabilimenti di Spa Stura, Lingotto, Rivalta, solo per citarne alcuni – tratta dall’Enciclopedia del 68, recentemente pubblicata da manifestolibri: “Quasi tre milioni di metri quadri per metà coperti, 37 porte d’accesso distribuite su una decina di chilometri, 22 chilometri di rete stradale interna e 40 di rete ferroviaria, catene di montaggio per 40 chilometri, gallerie sotterranee per altri 13, una popolazione operaia che nelle fasi di massima densità arriva alle 60 mila unità [!]. È la Mirafiori del 68, il principale stabilimento della FIAT, la più grande fabbrica d’Europa.” (p. 150).

Ma le cifre sono enormi in tutta la vicenda. Nell’autunno del 1980 la Fiat è pronta per la resa dei conti dopo 12 anni di sfide operaie. Incombe la liquidazione del modo di produzione fordista e Mirafiori è ormai un dinosauro. L’impresa saggia il terreno l’anno prima, nell’autunno del 79, licenziando 61 operai con l’accusa di fiancheggiare il terrorismo. Sindacati e PCI non si oppongono, salvo qualche distinguo formale; lo sciopero di solidarietà allora non riesce. Nel settembre dell’anno successivo, alla ripresa del lavoro dopo le ferie estive, vengono annunciati 15 mila licenziamenti (le lettere sono nominative e questo è già motivo di divisione tra chi si salva e chi no). Parte lo sciopero e il picchettaggio alle entrate. Berlinguer stavolta compare ai cancelli. In un primo momento i licenziamenti vengono ritirati e barattati con la cassaintegrazione a zero ore per 23 mila dipendenti. Il 14 ottobre succede l’imprevisto: il “Coordinamento dei capi e dei quadri intermedi” avallato e sostenuto dall’azienda convoca un’assemblea che inaspettatamente deborda e alla fine sono in 40 mila a sfilare per le vie di Torino contro gli operai in sciopero.

Il giorno dopo i sindacati devono ammettere la sconfitta. Dei 23 mila cassintegrati pochissimi rientreranno in fabbrica. Dal 1980 al 1986 gli operai Fiat passeranno da 212 mila a 129 mila. Le statistiche dell’epoca parlano di circa 300 suicidi tra i licenziati. Da qui in avanti comincia l’erosione dei diritti conquistati, fino al presente, in cui sono diventati un lusso.

Ah sì, il film. Il film mette in scena tre generazioni di operai: il padre di Emma, entrato in Fiat negli anni 50 con l’ondata migratoria del “boom”, l’epoca di Valletta e delle schedature dei “rossi” (per un decennio, fino al 62, non si sciopera); Sergio, entrato nel 67 e protagonista delle lotte che sfociano nell’autunno caldo del 69; il più giovane, Antonio, entrato a metà anni 70, un alieno anche per Sergio (più o meno come erano diversi i movimenti del 68 e quello del 77). Poi ci sarebbe il triangolo amoroso Sergio-Emma-Silvio, che dura il tempo che dura la lotta. Su questo non ci spendo troppo, ero andato a vedere il film per la “grande narrazione”. Mi innamoro comunque anch’io di Valeria Solarino, ma finisco per innamorarmi sempre della protagonista, o della principessa, etc. etc.

Signorinaeffe è stato salutato bene al Festival di Torino, non troppo dalla critica.

Per la (breve) ricostruzione ho consultato:
– AA. VV.,
Enciclopedia del 68, manifestolibri, pp. 150-53;
– Nanni Balestrini, Primo Moroni,
L’orda d’oro, Feltrinelli, pp. 646-47;
– Silvio Lanaro,
Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, p. 471.
– Guido Crainz,
Il paese mancato, Donzelli, pp. 584-87.

Le cifre sui licenziamenti e le casseintegrazioni discordano nelle varie fonti.

* il titolo allude a una raccolta di poesie di Manuel Vázquez Montalbán, Liquidación de restos de serie (1969-72) (ma lì ciò che si liquidava era “solo” la vecchia poesia, vele spiegate verso il postmoderno) e fa il paio con il post del 18 marzo, anche se di senso contrario.

3 Risposte

  1. La Fiat e gli Agnelli sono sempre stati l’icona del capitalismo italiano: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Incapacità di far evolvere il sistema impresa da struttura padronale-familiare a “public companies”, se non quando si trattava oramai di bidoni decotti da rifilare direttamente all’IRI. Padroni, con altre 300 famiglie (tramite Mediobanca), di circa il 70% del capitale mobiliare nazionale nonché, assieme alla Chiesa, dell’80% di quello immobiliare. Gli Agnelli hanno creato la propria fortuna sui morti della Grande Guerra, vendendo allo stato mitragliatrici che s’inceppavano. Tuttavia anche i sindacati non sono scevri da responsabilità: lunga mano dei partiti, hanno troppo spesso sacrificato il vero interesse dei lavoratori alla “ragion politica” delle segreterie di riferimento.

  2. Caspita! Pure la bibliografia metti! Bravo!:)

  3. @lector in fabula: si parla non a caso di “capitalismo straccione” per gli illuminati industriali nostrani. Il discorso sul sindacato è molto complesso, soprattutto durante i 70, quando assieme al PCI era visto più che altro come un nemico dagli operaisti, dai movimenti e da tutti gli extraparlamentari (vedi la fine di Lama alla Sapienza nel 77). Ciao!

    @elena: la bibliografia perché appartengo ancora al tempo dei libri, e non di internet…😉

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