Venezia, ieri

Miserabili. Io e Margaret Thatcher

Con Marco Paolini e i Mercanti di Liquore. Teatro Goldoni.

Miserabili è l’ideale continuazione di Album d’Aprile. Rugby, Donne, Politica, Terra trasmesso di recente anche in televisione. Dagli anni 70 si passa al racconto degli anni 80. Se nei primi regina è la politica, nei secondi lo diventa un’economia sempre più globale. Margaret Thatcher e Ronald Reagan sono i protagonisti della nuova stagione. Thatcherismo e reaganomics sono anche due neologismi coniati per nominare la deregulation nei mercati. In generale, i doveri verso la polis vengono sostituiti dalle obbligazioni spazzatura. Così, neanche S. Piero in Busa, la terra di Nicola, alter ego dell’autore, è immune dall’arrivo delle agenzie interinali, i pensionati stazionano ipnotizzati davanti allo schermo della banca che mostra le quotazioni, si comincia a comprare a rate, a perdere il noi e a concentrarsi sull’io. Colpa del primo Sony Walkman.

Marco Paolini è uno dei più grandi raccontastorie che possiamo contare in Italia. La musica, che è sempre importante nei suoi spettacoli, in questo caso ha lo stesso peso dei monologhi recitati. Devo dire però che dell’attore preferisco le performance in cui la musica se ne sta un po’ in disparte, ad accompagnare appena la voce narrante. Pochi danno alla parola la capacità di evocazione che Paolini sa darle. Durante Il racconto del Vajont, alla fine, la telecamera indugiava sugli occhi gonfi di lacrime degli spettatori. Paolini sa incatenare/incantare lo spettatore alla storia e farlo muovere secondo i propri tempi. E, come avviene per ogni racconto che sappia ancora conservare la sua funzione magica, sa dare forma al tempo, sa trasformare il tempo disumano in un tempo abitabile, il Chronos che divora i suoi figli, in un Kairós in cui questi possano vivere e convivere. In cui possano ancora vedersi. Ascoltiamo Paolini come una volta gli uomini attorno al fuoco, sentendoci per qualche ora parte di una comunità. Come in tutto il teatro che si rispetti, la riflessione sull’uomo è anche spinta a un’azione diversa da come si concepiva prima della rappresentazione.

Il finale, prima dell’esilarante bis in dialetto veneto, è con La libertà di Giorgio Gaber e quella chiusa memorabile, “Libertà è partecipazione”. Non esclusione. Non delega. Né affidamento a condottieri o cavalieri. Qui siamo già oltre gli anni 80, siamo all’oggi.

5 Risposte

  1. I Grandi sono sempre attuali …

  2. Paolini o Gaber?😉

  3. Pa(s)olini

  4. la prossima volta che facciamo un reading a venezia t’invito.
    o stai a madrid?

  5. Ok, volentieri. Sono a Venezia ormai da un po’. Anzi, forse è meglio che cambi i dati del profilo…

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