Polizia sovrana

da Giorgio Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, pp. 83-86.

[L]a polizia, contrariamente all’opinione comune che vede in essa una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto, è forse il luogo in cui si mostra a nudo con maggior chiarezza la prossimità e quasi lo scambio costitutivo fra violenza e diritto che caratterizza la figura del sovrano.
[…]
Se il sovrano è, infatti, colui che, proclamando lo stato di eccezione e sospendendo la validità della legge, segna il punto di indistinzione fra violenza e diritto, la polizia si muove sempre, per così dire, in un simile “stato di eccezione”. Le ragioni di “ordine pubblico” e di “sicurezza”, di cui essa si trova in ogni singolo caso a dover decidere, configurano una zona di indistinzione fra violenza e diritto esattamente simmetrica a quella della sovranità.
[…]
Di qui l’esibizione delle armi che caratterizza in ogni tempo la polizia. Decisiva non è tanto qui la minaccia a chi trasgredisce il diritto […] quanto l’esposizione di quella violenza sovrana di cui era testimonianza la prossimità fisica tra console e littore.
Questa imbarazzante contiguità fra sovranità e funzione di polizia si esprime nel carattere di intangibile sacralità che, negli antichi ordinamenti, accomuna la figura del sovrano e quella del boia.
[…]
L’ingresso della sovranità nella figura della polizia non ha quindi nulla di rassicurante. Ne è prova il fatto, che non cessa di sorprendere gli storici del Terzo Reich, che lo sterminio degli ebrei fu concepito esclusivamente come un’operazione di polizia. È noto che non si è mai potuto trovare un solo documento in cui il genocidio fosse attestato come decisione di un organo sovrano […].
Ma l’investitura del sovrano come questurino ha un altro corollario: essa rende necessaria la criminalizzazione dell’avversario.
[…]
Questo progressivo slittamento della sovranità verso le zone più oscure del diritto di polizia ha, però, almeno un aspetto positivo, che conviene qui segnalare. Ciò di cui i capi di Stato, che si sono slanciati con tanta solerzia nella criminalizzazione del nemico, non si rendono conto, è che questa criminalizzazione può ritorcersi in qualsiasi momento contro di essi. Oggi non c’è sulla terra un capo di Stato che non sia in questo senso virtualmente un criminale. Chiunque oggi vesta la triste redingote della sovranità sa di poter essere un giorno trattato come criminale dai suoi colleghi. E certamente non saremo noi a compiangerlo. Perché il sovrano, che ha acconsentito di buon grado a presentarsi in veste di sbirro e carnefice, mostra ora alla fine la sua originaria prossimità col criminale.

[Volare alto per una boccata d’aria ogni tanto fa bene, che a livello terra il fetore è insopportabile.]

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4 Risposte

  1. Suggerisco il titolo “Polizei macht frei”, ti garba?

  2. Mi garba, ma l’associazione (solo) con il nazifascismo limita la portata delle riflessioni di Agamben. 😉

  3. Hai perfettamente ragione!

  4. …sarà un caso che mi rifaccio vivo ad un tuo post di/con/su/per/tra/fra Agamben? Uhm… non so, certo è che hai scelto – come sempre del resto – delle parole importanti… per tutti: per quelli dentro come per quelli fuori, quelli che comunque fanno sempre i conti con il loro dis-patrio… non c’è da consolarsi, purtroppo

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