Juan Benet

“La coscienza e la realtà si compenetrano a vicenda: non si isolano ma nemmeno si identificano, anche quando l’una e l’altra non sono che abitudini. Rare volte un evento non abituale riesce a impressionare la coscienza dell’adulto senza dubbio perché il suo sapere l’ha rivestita di una pellicola protettiva, formata da immagini acquisite, che non solo lubrifica l’attrito quotidiano con la realtà ma le serve per riferirlo a un campionario familiare di emozioni. A volte, tuttavia, qualcosa attraversa quella delicata gelatina che la memoria estende ovunque – sebbene non conosce né nomina – per mostrarsi in tutta la sua crudezza e ferire una coscienza indifesa, sensibile e paurosa che solo per mezzo della ferita potrà segregare il nuovo umore che la protegga; e allora si converte in un’abitudine riflessa, in conoscenza fittizia, in simulazione poiché, in verità, la paura, la pietà o l’amore non si arrivano mai a conoscere. C’è una parola per ognuno di quegli istanti che, sebbene l’intelletto riconosce, la memoria mai ricorda; non si trasmettono nel tempo e nemmeno si riproducono perché qualcosa – l’abitudine, l’istinto forse – si preoccuperà di zittirli e rilegarli a un tempo di finzione. Solo quando si produce quell’istante un’altra memoria – non compiacente e in qualche modo involontaria, che si alimenta di paura ed estrae le sue risorse da un istinto opposto a quello di sopravvivenza, e da una volontà contraria all’ansia di dominio – sveglia e illumina un tempo – non lo misurano gli orologi né i calendari, come se la sua densità impedisse il movimento delle pendole e degli ingranaggi al suo interno – che manca di ore ed anni, non ha passato né futuro, non ha nome perché la memoria ha obbligato se stessa a non legittimarlo; può solo contare su uno ieri cicatrizzato nella cui insensibilità si misura la magnitudine della ferita.”
[traduzione mia]

[La conciencia y la realidad se compenetran entre sí: no se aíslan pero tampoco se identifican, incluso cuando una y otra no son sino costumbres. Raras veces un suceso no habitual logra impresionar la conciencia del adulto sin duda porque su conocimiento la ha revestido de una película protectora, formada de imágenes adquiridas, que no sólo lubrifica el roce cotidiano con la realidad sino que le sirve para referirlo a un muestrario familiar de emociones. Pero en ocasiones algo atraviesa esa delicada gelatina que la memoria extiende por doquier – aunque no conoce ni nombra – para asomar con toda su crudeza y herir a una conciencia indefensa, sensible y medrosa que sólo a través de la herida podrá segregar el nuevo humor que la proteja; y entonces se convierte en una costumbre refleja, en conocimiento ficticio, en disimulo ya que, en verdad, el miedo, la piedad o el amor no se llegan nunca a conocer. Hay una palabra para cada uno de esos instantes que, aunque el entendimiento reconoce, la memoria no recuerda jamás; no se transmiten en el tiempo ni siquiera se reproducen porque algo – la costumbre, el instinto quizá – se preocupará de silenciar y relegar a un tiempo de ficción. Sólo cuando se produce ese instante otra memoria – no complaciente y en cierto modo involuntaria, que se alimenta del miedo y extrae sus recuerdos de un instinto opuesto al de supervivencia, y de una voluntad contraria al afán de dominio – despierta y alumbra un tiempo – no lo cuentan los relojes ni los calendarios, como si su propia densidad conjure el movimiento de los péndulos y los engranajes en su seno – que carece de horas y años, no tiene pasado ni futuro, no tiene nombre porque la memoria se ha obligado a no legitimarlo; sólo cuenta con un ayer cicatrizado en cuya propia insensibilidad se mide la magnitud de la herida.]

Juan Benet, Volverás a Región (1967), Barcelona, Destino, 1993, pp. 92-93.

4 Risposte

  1. “Rare volte un evento abituale…”
    “Raras veces un suceso no habitual…”

    Insonna, mettetevi d’accordo… decidetevi!

    😉

  2. Ops! Sfuggito!

    “Insonna”, può succedere!

    😀

  3. ecco, appunto… senza possibilità di riabilitazione… e in pereNNe dormiveglia… eh, vabbè… allora, buonanotte… …rronn-ffiii…

  4. Aggiungo il seguente commento apparso nello stesso post ma del vecchio blog:

    No puedo reprimirme: el dibujo es horroroso y no le hace justicia. El no tenía esa nariz, a pesar de tener una nariz importante. Te lo digo con conocimiento de causa porque estuve diez años con Benet. Los últimos ocho casada con él. Aunque la mayor parte de las fotos públicas son espantosas-en especial las de El País-porque no le gustaba que lo fotografiaran periodistas, no llegan al extremo del dibujo. Te dejo mi e-mail por si deseas que te envíe una mejor. Blanca Andreu. paginadeandreu@terra.es

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