il cielo di Venezia, ovvero continua la serie di post vagamente dissuasori dal venirci

Questa è una foto dalla finestra della mia camera (il campanile è quello della chiesa di San Giobbe) scattata il 10 di ottobre: un pezzo di cielo andaluso passava sopra la città rallegrando la vita, le persone uscivano di casa contente anche se avevano lo sfratto esecutivo e un contratto in cocopro di un mese forse rinnovabile per un altro, sorridevano allo schitto del colombo cecchino sulla giacca nuova e pure alla prima merda di cane pestata sull’uscio di casa, dovete sapere che ogni veneziano ha un cane, o forse ogni cane ha un veneziano, dal chihuahua quello che abbaia stridulo e che prenderesti a calci con la rincorsa per vedere chi va più lontano, all’alano gigante che solo con un’occhiata gli vai a prendere una fiorentina di tre chili, le sigarette e la settimana enigmistica, che poi non capisco perché i cani non insegnano ai loro animali a pulire per terra, comunque tutto era bello quel giorno di sole, si poteva vedere la gente salutare dalle dolomiti, l’alta pressione faceva circolare veloce il sangue nelle vene e l’aria asciutta i pensieri dal cervello, e anche il veneziano più grugnone rispondeva gentile e compassionevole alle domande dei turisti che cercavano San Marco in direzione ostinata e contraria.

Ma è solo l’eccezione.

La regola è questa, foto di stamattina, ma potrei averla scattata qualunque mattina degli ultimi quindici giorni, o forse dell’ultimo mese o chissà dell’ultimo anno a parte il 10 di ottobre, perché Venezia è solita scivolare come un tossico dalla volontà labile in interminabili depressioni caspiche atmosferiche, che si fermano stagnanti per giorni e giorni sulla città, umide, collose come un blob tanto che si fa fatica a fendere l’aria, ci si resta invischiati, sudaticci, irascibili più di braccio di ferro, si può scegliere se camminare o nuotare per le calli tanto è umido, tutto è fermo, immobile, il tempo, l’aria, il sangue nelle vene non circola più per la bassa pressione e al terzo piano di scale la testa pulsa come il subwoofer di un rave, i pensieri in testa fermentano e diventano allucinazioni paranoiche perché nessun vento fresco arieggia il locale, le conversazioni sono laconiche, fataliste, piene di forse, boh, mah, boff, grunf, il turista che chiede scusi dov.. viene apostrofato con con un neutro va’ cagare, i progetti scompaiono, inghiottiti come le superfici delle cose nella nebbia, si sbatte contro angoli e spigoli e fra passanti, tonf, scus.., varda dove che ti va, di sera le luci dei lampioni galleggiano nel vuoto della foschia, se cerchi di raggiungerle e afferrarle scompari in acqua con un glub sordo, i vaporetti finiscono sugli scogli anche se in laguna non ci sono scogli, così, perché si sentono solidali con la deriva della città, l’ipod seleziona solo i Joy Division e poi di seguito The Holy Hour dei Cure, gli appuntamenti vengono disattesi all’ultimo minuto, sorpresi a tradimento dal sentimento dell’estrema vanità del tutto.

43 Risposte

  1. Esagerato …..

  2. Depressione caspica, Joy Division, fatalismo e insulti, oddio a me, sinceramente, vien una voglia irresistibile di venirci. Funziona mica tanto, la tua dissuasione, almeno con me…

  3. Descrizione di Venezia o Vetusta???

  4. Travolta dalla bellezza di questo post… un po’ per la scoppiettante ricchezza di spunti che però non intacca la compiutezza (e profondità) del contenuto, un po’ perchè il tutto è macerato nel brodo di giuggiole di uno stile godurioso ma che non fa una grinza… insomma, qualunque commento io provi a spiaccicare mi suona risibile. Certo non aiuta che anche da queste parti si boccheggi dentro un mefitico grigiore chi sa più da quando (del resto i chilometri tra Venezia e Trieste non sono tantissimi), o forse è solo una scusa…
    Comunque la lettura del post mi ha regalato, un po’ in contraddizione con se stesso, un’inaspettata botta di vita, una piccola epifania. Provando ad aggrapparmici (se avete presente il parassita…): il cammeo sui cani lo trovo da sballo; l’incrocio-scontro con il turista di turno -corredato di rumori e parole tra i denti- un singolare specchio interiore, pur nel suo immediato realismo. Idem la rappresentazione di un “paesaggio” che ti sembra di essere là, impregnato di quell’atmosfera là.
    E, dose d’invidia supplementare per una sbrodolona come la sottoscritta, tutto ‘sto ben di dio circoscritto pure in poco spazio.
    Della croce e delizia degl’incipit si parla spesso; meno, invece, dei finali, che credo siano altrettanto importanti e di sicuro (dai tempi del tema in classe…) cruciali.
    E allora “gli appuntamenti vengono disattesi all’ultimo minuto, sorpresi a tradimento dal sentimento dell’estrema vanità del tutto.” si fionda di diritto, secondo me, tragico il necessario e insieme ben inzuppato di tutto ciò che lo precede, in una “top n” dove n sta per un numero non altissimo.

  5. Una volta ci ho incontrato il ministro Brunetta. È abbastanza dissuasivo? Comunque se non mi chinavo per raccogliere una cosa che mi era caduta per terra non l’avrei visto.

  6. @lector: esagerato? forse, boh, mah, boff, grunf…

    @trivigante: Lei è cortazariano, mi considera sempre il lato inusuale delle cose, che cosa devo fare? E allora venga, su, finiremo incagliati entrambi sotto il banco di un’osteria da cui non riusciremo più a smuoverci (e non mi dica ora che anche questa prospettiva le sembra allettante).

    @ana: se ricorda Clarín è lui che ha copiato, sia chiaro, anche perché La Regenta devo ancora leggerla (non lo dire a nessuno).

    @siu: troppa grazia davvero, ma tu commenta pure eh, anzi fallo spesso, considera che nella situazione metereopatica in cui vivo ho bisogno di parole di conforto che agiscano tipo pacca sulla spalla, su dài, coraggio, uscirà il sole prima o poi, non ti abbattere, il colonnello Giuliacci mi sembra abbia detto che verso il sette aprile schiarisce.
    Sui finali concordo (se penso ai temi delle medie, mariavergine): la retorica è in agguato in ogni finale.

    @lesitaliens: in effetti a Venezia bisogna stare attenti a non pestare le merde e i Brunetta (adesso non fate facili battute però).

  7. Grandioso!
    comunque, beato te che sei a Venezia, pensa avere le stesse sfig..e ed essere a Milano: non c’e paragone!
    Ciao

  8. ti, ti ga da esar metereopatico par mi..
    :))

  9. Vediamo se sapete risolvere questa:
    – Paron ….. igaigaigai!
    – Bepi … igaigai ben, poh?

    • – Hanno legato i galli!
      – Ma li hanno legati bene poi?
      🙂

  10. … non vale!! L’indovinello non era per te, ma per i foresti.

  11. Orc! E specifica no!😀

  12. Caro Lector, apprezzo il tuo ottimismo ma ti assicuro che potevo diventar vecchia, prima d’indovinare cosa vuol dire igaigaigai… anzi, mi avvisano che vecchia sono già, e allora mi correggo, potevo pure defungere. E sì che sono della Venezia, anche se Giulia…
    Grazie a s|a per la soluzione dell’arcano che ho trovato divertente assai, bisogna ammettere che siete strepitosamente geniali, voi cag… pardon, Veneziani.
    A quando, il prossimo indovinello?

  13. Cag… = caga in acqua? Ah, bricconcella ….😀
    (Io, però, non sono veneziano doc; sono del Basso Piave o antica Venezia Marittima. Anche se è lì attaccato, non è la stessa cosa rispetto alla capitale della Serenissima Repubblica. Meglio precisarlo, perché altrimenti S/A potrebbe risentirsi ….)

    • Giustamente…
      A dire il vero allora nemmeno io sono del centro storico, anche se ora ci abito, ma delle isole della laguna, meglio precisarlo perché da ‘ste parti sono veneziani dop o doc solo quelli nati dentro lo stretto perimetro dell’isola-pesce, tutti gli altri sono guardati con sufficienza.

  14. Te si buraneo? 😀

  15. Te si del Lido? (ostrega che brava, parlo le lingue…:-)

    • Siu, non so se te o Lector avete mai visto Il Milione di Marco Paolini, una delle narrazioni più belle su Venezia. In quello spettacolo l’attore parla dei veneziani e dei “campagne” (o anche “foresti”): tutti coloro che sono al di là del ponte della Libertà, e cioè terraferma, sono “campagne”, cioè i veneziani hanno la concezione del mondo più o meno uguale a quella degli inglesi, che quando c’è maltempo sul canale della Manica pensano: il continente è isolato. Sta premessa per dire che quel “te si…” identifica immediatamente un “campagne” all’orecchio veneziano, poiché in laguna si usa il “ti xe…”, dove la x sta per quella s via di mezzo tra sorda e dolce.
      Lido, dici: allora direi fuochino… Evvabbè, sono originario di quell’altro lido, quello che (fortunatamente direi) non si caga mai nessuno, e cioè del lido di Pellestrina e più precisamente dell’ameno paesello di San Pietro in Volta. Vedere googlearth.

  16. Mai stato a Pellestrina. Mi riprometto ogni anno di fare, con la motonave, un giro delle isole della laguna (che sono incantevoli!), e poi inevitabilmente posticipo all’anno che verrà.
    Il dialetto del Basso Piave è notevolmente diverso da quello di Venezia capitale. Nella stessa provincia di Venezia, dopo Santo Stino di Livenza, entrando nel Portogruarese, non si può neppure più chiamare veneto, tanto è frammisto al friulano, sia come accento che come termini. Il più particolare tra tutti i dialetti dell’interland veneziano, comunque, è il chioggiotto.

    • Tanto per dirne una, nell’isola di Pellestrina ci sono due paesi, Pellestrina appunto e San Pietro in Volta, distanti circa due-tre chilometri: bene, si parlano due varianti veramente diverse del veneziano, una più simile alla metropoli a San Pietro in Volta, e una con contaminazioni più del chioggiotto a Pellestrina (per ragioni storiche ovviamente e adesso non ti tiro su na pezza). Mi viene quindi l’orticaria quando qualcuno parla di far studiare il dialetto veneto a scuola semplicemente perché non esiste IL dialetto veneto ma due-tremila varianti tante quanti sono i comuni e le frazioni dei comuni. Che veneto ha in mente sta cazzo di gente?
      Che poi succede come quando nei film c’è qualcuno che parla veneto e sembra di assistere a una commedia del Goldoni. Anche in un film così piacevole come Pane e tulipani non si sfugge da sta cosa, ma è sempre così, penso per esempio alla servetta veneta che Gasmann intenta circuire per avere le chiavi dell’appartamenteo vicino al monte dei pegni da svaligiare ne I soliti ignoti.

  17. La migliore parodia del più improbabile tra i veneti, rimane comunque quella di Alberto Sordi in “Venezia, la luna e tu” di Dino Risi. Fantastico, quando deve bere il “sciropin”.

    • Ostregheta (cit.), ti gà ragion, di diritto al primo posto.

  18. Grande, irresistibile Marco Paolini: altro che me lo ricordo, s|a, e il modo in cui diceva “campagne!”, che già era detto tutto…
    Quanto al “ti xe”, a Trieste diventa “te xe”, a conferma che siamo più cugini vostri che dei campagne, sorry, Lector… Ma dov’è che poi “te si” diventa “sito”? Vicenza o giù di lì?
    Grazie comunque ad entrambi per questo gustoso girovagare tra geografia, lingua e cinema.
    P.S. cambiando ausiliare, esiste ancora quell’omino carico di piante da vendere che girava per Venessia dicendo: “Ma ti ga una casa?!?!”

    • Non vorrei sbagliarmi ma anche nel trevigiano è “sito” o “situ”. C’è veramente da perdersi nelle varianti dialettali. Con il pronome postposto a Chioggia (lì veramente l’endogamia ha fatto cose da pazzi) c’è il curioso “vostu”. Esempio: cosa vuoi? Cossa vostu? O anche “(h)astu”: cos’hai? cossa hastu? Da pronunciare con la tipica inflessione chioggiotta, cioè allungando le vocali un quarto d’ora.
      Siu, vedo che hai beccato per strada a Venezia il simpatico venditore di alberi, a dire il vero è da un pezzo che non lo vedo e soprattutto non lo sento in giro…

  19. ieri mattina io scrivevo dei colori, del viola barcellona e del grigio nordest🙂

  20. Mi sembrano le varianti che dovevano esserci tra le diverse lingue barbare di ceppo germanico: svevi, franchi, burgundi, frisi, rugi, marcomanni, goti, ecc.
    Una nota di costume. Se mai andrete a Caorle, comprenderete d’essere entrati nella simpatia degli aborigeni solo quando inizieranno ad avvocarvi con l’appellativo “Pare” (padre). Allora e solo allora, comprenderete d’esser finiti, nel senso di terminati. Nulla potrà più salvarvi dal peregrinaggio da un baretto all’altro, né potrete sottrarvi alla defatigante degustazione d’interminabili “cicchetti” accompagnati dall’onnipresente bicchiere di bianco. 😀

  21. Voi lo sapete cos’è il “tziibrio”? (L’ho spiegato sul blog di Michiamomitia) 😀

  22. Ed ecco a voi l’inno di Cavallino-Treporti: perché lì “i xe boni, ma i xe ‘enti!” 😀 😀 😀

    • Lector, si contenga!🙂

  23. OT. Linkato il blog.

    PS.Pestare Brunetta con la scarpa è brutto. Poi non riesci più a toglierlo dalla suola.

    • Conviene buttar via la scarpa, mi sa.

      P.S. Grazie del linkaggio (non devo ricambiare, come avrai notato, eri già presente)

  24. Sì, va be’, ma ‘sto “tziibrio”..??

  25. tziibrio, in dialetto basso piavense, è la nebbia che ghiaccia sui rami spogli degli alberi e sull’erba ormai secca dei prati, creando uno spettacolo tanto meraviglioso quanto indescrivibile e oramai sempre più raro a vedersi, penso a causa dell’innalzamento delle temperature medie invernali. Quand’ero piccolo, era quasi quotidiano nei mesi di gennaio e febbraio.

  26. P.S.
    Ho trovato un esempio qui

  27. Grazie, che meraviglia!
    E se, visto che abbiamo fatto 36, possiamo fare 37… dove va l’accento..? tziìbrio, tzìibrìo..?

    • Sul conteggio del numero di commenti, Siu, mi viene in mente un sonetto di Lope de Vega. Qualcuno lo chiama “Soneto de repente”, io l’ho sempre conosciuto come “Un soneto me manda hacer Violante”:

      Un soneto me manda hacer Violante,
      que en mi vida me he visto en tanto aprieto;
      catorce versos dicen que es soneto,
      burla burlando van los tres delante.

      Yo pensé que no hallara consonante
      y estoy a la mitad de otro cuarteto,
      mas si me veo en el primer terceto,
      no hay cosa en los cuartetos que me espante.

      Por el primer terceto voy entrando,
      y parece que entré con pie derecho
      pues fin con este verso le voy dando.

      Ya estoy en el segundo y aun sospecho
      que voy los trece versos acabando:
      contad si son catorce y está hecho.

  28. … tzì-i-brio … 🙂

  29. Grazie all’abbondanza dei commenti, questo post ha ormai raggiunto una vita autonoma.

    • I figli bisogna lasciarli andare a un certo punto.😉

  30. … e andando a zonzo sur la Toile a volte capita che facciano incontri singolari (he hee…):

    http://tramezzinimag.blogspot.com/2007/12/venise-au-petit-matin-cest-aussi.html

  31. Reconozco que he leído el post enterito en italiano (no hablo una palabra) – sólo entendí “Joy Division” y “The Cure”. Eso es persistencia.

    En cualquier caso, confiesa que la azotea a la que te subí es + alta que la tuya. Aunque tu cielo sea más andaluz (ea)

    un beso de un lagarto madrileño

    • Ea, como la azotea ésa no hay na’…
      A ver si me sale también un post de tema madrileño con las fotos que saqué, es que será en italiano.
      Besos venecianos.

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