cronache della conquista

La storia della caduta dell’impero azteco ha le tinte eroiche dell’epica e quelle strazianti della tragedia. Nel 1519, Hernán Cortés sbarca sulle coste messicane con 500 uomini, una ventina di cavalli e una dozzina di armi da fuoco. Ma spesso non devono neppure combattere: arrivano, convocano i capi locali, sparano in aria dei colpi di cannone e questi svengono come fulminati. Inoltre, Moctezuma crede che Cortés sia il dio Quetzalcóatl, tornato a prendere possesso del suo regno dopo essere sparito verso oriente, per cui lo accoglie invece di tirargli sane frecce. Due anni dopo, Cuauhtémoc, ultimo sovrano azteco e dal nome piuttosto significativo, “aquila che cade”, ha già cambiato idea sugli spagnoli e organizza una strenua resistenza. La storia della fine dell’impero azteco ha le tinte eroiche dell’epica, quelle strazianti della tragedia, ma come spesso accade, dal tragico al tragicomico ci vuol niente. Alla vigilia della caduta di Città del Messico-Tenochtitlan, avendo esaurito ogni mezzo, Cuauhtémoc decide di ricorrere all’arma suprema. E qual è secondo voi tale arma terribile? Il magnifico abito di piume di quetzal, che gli ha lasciato in eredità il padre e al quale si attribuisce la misteriosa virtù di mettere in fuga il nemico con la sua sola apparizione. Un valoroso guerriero se ne riveste e viene scagliato contro gli spagnoli. Ora immaginate solo le facce dei barbuti guerrieri spagnoli, nelle loro armature, quando si vedono arrivare addosso una drag queen isterica. Che l’estremo tentativo di Cuauhtémoc fosse quello di ammazzarli dalle risate?

5 Risposte

  1. Certo che, da che mondo è mondo, le violenze ci sono sempre state… e le “sofferenze gratuite”… come conseguenza soprattutto dell’ingordigia.
    Oggi potrebbe essere meglio… se solo ci fosse una minima volontà!
    Quarchedundepegi

  2. LOL! 😀

  3. Mi vien da pensare che ad ispirarti l’argomento sia stata l’atmosfera tra grigio, nebbia e pioggia di una giornata in cui ci sarebbe proprio da consolarsi con una tazzona di cioccolata… (copio da Wikipedia, il maiuscolo c’est moi):
    “…arriviamo alla conquista spagnola della seconda metà del XVI secolo dove si consumava una bevanda per metà di cacao (“cacahuatl”) e per metà di “pochotl” che prendeva il nome di “chocolatl” (‘chocol’ di radice maya che significa caldo e ‘atl’ di radice azteca che significa acqua, pronuncia “ciocolate”). In ogni caso, perché gli spagnoli per indicare le bevande a base di cacao non accolsero “cacahuate”, ma preferirono adottare “chocolatl”? Questo fatto dipenderebbe da quel fenomeno per cui le parole di una certa lingua possono avere suono e significato inaccettabile in altre. Il termine «caca», in spagnolo è un’espressione volgare, connessa con le feci (MA VA’..?..) e non poteva essere tollerabile un suono del genere per indicare una bevanda consumata prevalentemente dall’aristocrazia e dalla nobiltà reale, soprattutto se riferita ad una bevanda densa, marrone scuro e originariamente amara. (HA HA HAAA…! SIGNORA, PARDON, BARONESSA MIA)
    Una seconda teoria fa derivare la parola dal dio Azteco Quetzalcoàtl, (ECCOLO QUA! MA PER FAVORE CHE SALTI FUORI CHI HA SBAGLIATO L’ACCENTO) che secondo la leggenda donò ai mortali il seme del cacao per farne una bevanda amara, energetica e afrodisiaca. Secondo tale teoria da qui deriverebbe il nome del seme cacahuatl e poi anche di chocolatl.”

    • Interessante digressione etimologica, preferisco la seconda versione legata al mito, rispetto a quella legata alla cacca. Però il post non ha avuto origine, proustianamente, dall’aver intinto un biscotto nella cioccolata calda, ma più prosaicamente dalle prossime lezioni che devo fare sull’America Latina (e non ho intenzione di risparmiare agli studenti l’aneddoto, si badi).

  4. in passato ho letto diverse cose sull’argomento, ma l’arma finale me l’ero persa! *____*
    credo sarebbe stato utile un memo in agenda del tipo “collaudare arma finale col vicino rompic******i” o cose così…😉

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