libri e amici e regali, dove regali sta per le prime due cose

A volte passo per periodi di rigetto verso tutto ciò che è “cultura” e vagheggio finora improbabili ritorni alla “natura”, debitamente idealizzata quest’ultima, così come la vita a suo stretto contatto, popolata anche di gente che mi immagino vera di contro a quella impostata, artificiale del  mondo intellettuale,  senza che abbia bisogno di immaginarmela, stavolta, questa seconda categoria, d’altronde risale ormai molto lontano nel tempo la rottura del vincolo tra la formazione personale o se vogliamo tra l’acquisizione di un sapere, di una cultura, e la saggezza. E nei miei vagheggiamenti bucolici sogno  anche di tornare al lavoro manuale, di rientrare stanco la sera a casa per la fatica fisica e non per quella mentale o per lo stress di rincorrere il precariato attraverso il triveneto, dopo una doccia ristoratrice  una cena semplice, ma a dimostrazione che è difficile prescindere dall’immaginario della cultura che abbiamo incorporato, del quale una buona parte lo occupano le finzioni di cui ci nutriamo, letterarie o cinematografiche che siano, è probabile che nel pensare questi pasti semplici e frugali ma allo stesso tempo sani e, come dire, essenziali, interferiscano quelli  che si prepara il protagonista di Tre cavalli, forse il più bello dei romanzi di Erri De Luca, un libro che in poche pagine affronta quei temi di lunga durata che da sempre la letteratura cerca di sviscerare, come l’amore, o l’amicizia.

Libri e amici, un bel binomio, gli amici capita che ti regalino libri, e che di certi libri regalati uno debba essere loro grato per sempre, come per l’ultimo che ho ricevuto (ciao Ale), Libera nos a malo, di Luigi Meneghello, che poi anche l’unico altro libro che di lui avevo letto, I piccoli maestri, me l’aveva regalato un’altra amica (ciao Eli), un 25 aprile di nove anni fa, leggo la dedica, “prima di una probabile tempesta”, e la tempesta era quella, in effetti, delle elezioni che di lì a poco avrebbe rivinto Berlusconi, ero andato a trovarla a Milano ed eravamo finiti alla prima manifestazione degli Appunti Partigiani, presentata da Marco Paolini e Lella Costa nell’area dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Libera nos a malo, invece, me l’ha regalato uno che ora sta a Londra, uno dei tanti “dispatriati”, per dirla con Meneghello, una condizione esistenziale questo dispatrio in cui anche il mio amico si riconosce e, gli dò ragione, per entrarci spesso non serve nemmeno andarsene dal proprio paese. Mi sembra ora una piacevole coincidenza l’aver nominato Paolini perché quando leggevo il libro, lo facevo con la sua voce, immaginavo lui come narratore e non è un caso che quel gran raccontastorie veneto abbia inserito nei suoi spettacoli frammenti di Libera nos a malo e qualche suo personaggio, come quella Norma dei meravigliosi Album d’aprile – “La Norma la prendo io, tu prendi la Carla. E io prendevo la Carla, ma in segreto ammiravo la Norma. L’idea di contraddire Piareto non mi sfiorava nemmeno”.

Meneghello torna a Malo dal dispatrio inglese e il ritorno è il pretesto per raccontare il luogo in cui è nato, dall’infanzia sotto il fascismo, passando per la Resistenza e arrivando al dopoguerra e ai primi scampoli di un benessere che si annuncia. Chiunque abbia vissuto un infanzia di paese e prima dell’arrivo di internet, playstation e cellulari, un’infanzia all’aria aperta, fatta di fughe dai compiti d’inverno e di estati dilatate a dismisura, se la vedrà restituita, senza poter trattenere l’emozione dei riconoscimenti, dei ricordi che sono riaccordi, appunto, con se stessi, e la nostalgia, come no, di quell’età dorata in cui la “Compagnia” di amici era tutto e con essa e per essa si conosceva il mondo e i propri simili, compresi quelli molto interessanti del sesso opposto. Ma si vedrà restituita anche l’impossibilità di un vero ritorno all’origine, su cui più che lo spazio ha agito il tempo, così come la gioia dei rincontri con i vecchi amici si accompagna al sentimento che, forse, ormai, si è amici perché lo si è stati, e i fatti del passato sono oggetti di culto che finiscono per formare un repertorio quasi inevitabile e che un custode si incarica di conservare e rispolverare.

Qualche giorno dopo aver ricevuto il libro, mentre io stesso percorrevo la via del ritorno per andare a trovare i miei, nel viaggio ho cominciato a sfogliarlo e l’ho fatto dalla fine, come spesso mi succede per giornali o riviste (poi non ho potuto non leggerlo tutto e dall’inizio), e mi sono imbattuto nelle note di Meneghello, esilaranti, note che iniziano così: “Questo libro è scritto dall’interno di un mondo dove si parla una lingua che non si scrive”: il dialetto non si scrive, in effetti, ma si parla, sebbene si può tentare di trascriverlo, ma è un po’ come scattare una fotografia, che congela l’istante di un tempo che è già diverso, e il dialetto si muove come la corrente, ha strati sovrapposti, strambe linee di divisione che tagliano i quartieri, i cortili, i porticati, fin dentro la stessa tavola a cui si mangia, diverso per famiglie e generazioni. Gli inserti dialettali aprono nel testo squarci luminosi di verità per chi conosce la lingua che sono anche macchine del tempo, per tutti gli altri Meneghello parafrasa in italiano, ma spesso lo bypassa e ricorre all’inglese,  in entrambi i casi, comunque, l’effetto comico è assicurato.

Leggere Libera nos a malo è toccare con mano un Veneto che non esiste più, quello dei mille campanili attorno ai quali la vita ruotava lenta e ciclica, un mondo pervaso sì dalla religione ma dove questa è fatta scendere a livello terra dal paganesimo della cultura contadina, gli astratti precetti religiosi i bambini li imparano a “Dottrina”, cercando poi di rapportarli alla realtà secondo associazioni il più delle volte fantasiose e strampalate, così come risultano inevitabilmente storpiate le canzoni e gli slogan fascisti che sentono in giro, proferiti in una lingua troppo diversa da quella usata per nominare le cose, in un mondo in cui lo stesso Dio è “un personaggio del paese” e le bestemmie la punteggiatura del discorso, nonché una prova di abilità, come nel frammento che segue, non meno strepitoso di qualsiasi altra pagina di questo capolavoro:

“Cicàna era un gran raccontatore di film, anche quelli in tre, in quattro pisòdi. […] Sapevamo tutto sul ladro di Bagdà, Maciste e il segno di Zòro. Il dialogo delle didascalie, tradotto in dialetto si ravvivava; le bestemmie fioccavano. Cicàna sapeva un numero infinito di bestemmie; altre ne inventava. Una volta scommise di dirne trecentocinquanta tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo. Lo ascoltavamo incantati; era come una lauda pervasa da un vivo sentimento della natura e da un attento spirito di osservazione. […] La stramba litania ci faceva sfilare davanti agli occhi animali esotici e piccoli mammiferi nostrani, uccelli, pesci e rettili, la fauna dei letamai intenta ai suoi traffici, e la gaia flora dei marciapiedi […]. Alle cento bestemmie Cicàna lasciò il regno animale e passò alle piante, alle erbe, ai licheni, alle muffe; sulle duecento entrò nel mondo bruto della materia inanimata; alle trecento cominciò a toccare la sfera delle arti e dei mestieri, le strutture della società, il gioco delle passioni umane. Terminò col microcosmo dell’uomo, dei suoi visceri attraenti insieme e repulsivi, delle sue mirabili funzioni fisiologiche; e compiuto il numero delle bestemmie pattuite (Lòba teneva il conto), ne aggiunse alcune altre in supplemento, sciogliendo un inno all’Amore che chiamava però in altro modo: ormai faceva accademia, e fu fermato alle trecento e settantuna. Concluse con una bestemmia breve e solenne, raddoppiando il Nome di Dio.”

Amen.

19 Risposte

  1. “Libera nos a malo” e anche “Il dispatrio” mi sono piaciuti moltissimo quando li ho letti, un paio di anni fa.
    A me, oltre le cose che citi qui, aveva colpito tutto il discorso sul valore del lavoro. Caro s|a mi perdonerai se per una volta mi autocito, ma quel pezzo del libro mi era piaciuto un sacco e lo trovo estremamente attuale e utile per capire tante cose di oggi: http://motivixalzarsialmattino.splinder.com/post/16916606/lavorare-bisogna
    Chi in Veneto ci vive riconoscerà quanto siano vere e ancora vive le parole di Meneghello.

    • Ciao Elena, hai fatto bene a segnalarmi il tuo post, autocitati pure quando vuoi. È vero, le riflessioni di Meneghello sul lavoro, soprattutto se rapportate al Veneto, sono attualissime, così come, te lo ricordi, quelle sui rapporti tra le persone regolati dall’intarèsse.
      Mi è piaciuta anche la tua chiusa:
      “La casa misera col cesso in fondo all’orto è diventata villetta con giardino recintato e telecamera al cancello. Davanti al cancello della villetta c’è il Suv, ma dentro la villetta non è cambiato niente. Le persone sono le stesse di cento anni fa.”

  2. Le parole “Ma si vedrà restituita anche l’impossibilità di un vero ritorno all’origine, su cui più che lo spazio ha agito il tempo,” mi richiamano il concetto “La pellagra via sms”, sottotitolo di “Bisogna”, l’ultimo monologo di Marco Paolini trasmesso il 1° maggio a Radio3, che come sempre si lascia godere a diversi e osmotici livelli. En passant, avevo assistito a “Vajont” un’eternità fa, quando Paolini nessuno sapeva chi fosse, una rappresentazione potente anche se per poco più che quattro gatti, e ancora ne gongolo…
    Titolo comunque di efficace densità e sintesi, “Bisogna”, e se vi capita andate a vederlo; a chi è figlio di terre venete immagino potrà far ancora più dolorosamente o piacevolmente vibrare qualche straterello, rispetto a me.
    http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-e93df9a6-c406-4c5c-aa9b-cdcf415cdaf4.html
    Grazie, a s|a per Meneghello, e ad Elena per l’autocitazione che mi ha permesso di scoprire il suo blog, intenso e, anche lui a vari livelli, (etimologicamente) attraente.

  3. ‘I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finche’ fosse rimasto coi piedi sulla terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente. Se in questa leggenda non c’è un insegnamento per noi di questi tempi, in questa città, oggi, allora vuoI dire che sono del tutto pazzo. Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali.’
    “Fahrenheit 451” – Ray Bradbury -1951!

  4. @siu: per Paolini ormai ho un’ammirazione sconfinata. “Vajont” lo rivedo periodicamente e rimango sempre incollato allo schermo, come quella prima volta in cui anch’io come te lo vidi in diretta (era il ’97). Non c’è però il podcast dello spettacolo che hai linkato. O sono io talmente imbranato.

  5. @sara: glossa a “Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente”:

    “che crescere significa: aprirsi alla vastità del cielo e, al tempo stesso, affondare le proprie radici nell’oscurità della terra; che tutto ciò che è solido fiorisce, solo quando l’uomo è, fino in fondo, l’uno e l’altra: predisposizione a quando gli è richiesto dal cielo più elevato e ben protetto nel rifugio della terra che tutto sorregge.”
    M. Heidegger, Il sentiero di campagna

  6. @s|a: no, purtroppo il podcast sembra proprio che non ci sia (ma lo dice una sicuramente più imbranata di te).

  7. Se non erro Paolini lo potete trovare qui… E’ da scaricare.
    http://www.mediafire.com/?d2z3nouzzlb

  8. e grazie s|a e anche a siu! (che blog edugatto!) :))

  9. prego

  10. Bel post, è un libro che ho sul comodino da un sacco di tempo e non riesco a partire: forse ora lo farò.
    p.s.
    Questo l’ho comprato io e un po’ t’invidio tutte queste amiche che ti regalano libri…

    • Alligatore, non è tutto oro quello che luccica: l’Ale che me l’ha regalato è un Alessandro e non una Alessandra: simpaticissimo, carissimo amico, ma uomo e barbuto.

      p.s. leggilo che merita davvero.

  11. yo, que soy una fan del microcuento, de la wikipedia y del fast food, me paro en la primera frase de tu post. y sólo lo hago para mandarte un beso desde tu madrid, desde caravaca por ejemplo, o desde el melo’s. pero también desde beatriz viterbo, o juan b. justo, o alina reyes, ya que el otro día intentaron convencerme de que samsa gregorio vivía en mi casa y sin pagar el alquiler y que, si me descuidaba, hasta se hacía con el laberinto y la antonio machado. a todo esto, ese Alessandro (barbudo) se nos va al otro hemisferio, yo vuelvo a bajar al moro, y así, en un sinvivir, estamos esparcidos, lejanos los poetas, las islas y – graciasadiós- el pasado, aquel donde se suponía nos estábamos construyendo (y constituyendo) como intelectuales, aka “culturetas”, only because we read.
    no entiendo muy bien cómo, pero resulta que en la vida sólo hay que hacer cosas: que sea leer, usar una máquina, viajar o follar no produce, en ningún momento y bajo ningún concepto, diferencia alguna. pues eso, que sólo era un beso.

    Mangano

    • Espero que no siempre te pares en la primera frase de mis post(s), aunque seas fan del microcuento. Pues muchas gracias por el beso, Mangano (hombre, recibir un beso de la Mangano no nos pasa a todos).

  12. è da un po’ che non posti.. va tutto bene?🙂
    alla fine il link che ti ho passato funzionava?

  13. Donde stai?

  14. …e soprattutto, hai messo, pardon, hai tolto la maglia di lana??

  15. @anya, alligatore e siu: cari tutti, tranquilli, tutto bene, è solo finito un periodo di lavoro impegnativo dopo del quale mi sono preso qualche giorno di relax, senza computer in giro, ho inoltre cambiato la maglia di lana per il lino e le scarpe per i sandali greci. Ho anche una discreta abbronzatura. Vediamo di tornare anche a scrivere qualcosa nei prossimi giorni.

    p.s. Anya, scusa, non ti ho risposto: sì sì, il link funzionava, ho scaricato intervista e performance di Paolini, ma devo ancora ascoltarli.

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