cupe vampe

Sempre per la serie un libro come regalo, la settimana scorsa torno a casa dai miei e mio fratello mi regala La strada di Cormac McCarthy. Ai tempi gli avevo regalato io libro e dvd di Non è un paese per vecchi. Poi mi ordina di leggerlo subito che di lì a due tre giorni esce il film e bisogna andare a vederlo. Obbedisco e lo faccio fuori in breve tempo, anche perché non è un mattone dal punto di vista della mole. È un mattone, ma grosso, invece, dal punto di vista della storia, scritta in tutti i toni del grigio con tendenza al nero fumo. Gradazioni che poi il film recepisce nella fotografia, i cui unici momenti a colori sono quelli dei ricordi o dei sogni del padre di un mondo ormai perduto per sempre.

Il filone apocalittico e postapocalittico mi ha sempre interessato, così come quello delle distopie, tant’è che vado a vedermi al cinema anche ciofeche come il 2012 di Emmerich, regista che nel precedente L’alba del giorno dopo aveva raggiunto un certo piacevole equilibrio per i cultori del genere e che nel successivo torna a svaccarsi. Lo spettacolo della distruzione, inutile negarlo, è affascinante, ma visto che gli effetti speciali digitali permettono di girare qualunque scena e che di tali effetti questo cinema fa un uso smodato, lo spettatore ormai è assuefatto e difficile da stupire, in una spirale di mutua implicazione. Parentesi: ho rivisto in dvd Avatar: rispetto al 3D del cinema perde quasi tutto, risulta un onesto film di fantascienza ma niente più, altro che rivoluzioni, a testimonianza di quanto gli effetti speciali possano sostituire l’importanza della storia narrata nell’attenzione dello spettatore.  È la stessa sensazione che ho provato con il secondo Matrix: dopo l’entusiasmante visione del primo, mi è sembrato che gli effetti non fossero più al servizio della storia ma il contrario.

La strada è una fantasia angosciosa, senza speranza, senza speranza in un dopo diverso e migliore del presente in cui è ambientato, perché, come dice il narratore, il dopo non è più possibile, il dopo ormai è già arrivato. E definitivamente. E come vivere senza un dopo? Non nel senso di un dopo ultramondano, ma di un futuro possibile, futuro migliore o solo diverso. Come vivere senza futuro, senza il tempo della progettualità, essenza della vita umana? La strada è infatti un testo monocorde (monotono: senza che ciò sia un giudizio di valore) così come si prospetta l’esistenza dei sopravvissuti, costruito sulla variazione di due motivi: come trovare da mangiare e come difendersi da quelli che vogliono mangiare te. A questo è ridotto il vagare per le strade dei “gusci di uomini”, per lo più già svuotati, con buona pace anche  dell’immagine della strada, del cammino, come metafora della vita, lungo il cui percorso si accumula esperienza. Pure l’immagine opposta al cammino, quella del gettare radici, come un albero, in un luogo, viene spazzata via, esattamente allo stesso modo in cui sia nel romanzo che nel film gli alberi morti e rinsecchiti, si sradicano e cadono al suolo da soli, perché bruciati e perché non c’è più nessun cielo verso cui aprirsi.

Certo, il centro della storia è quello del rapporto tra un padre che cerca di proteggere a tutti i costi suo figlio, sperando di trovare altri “buoni” lungo il cammino, altre persone che come loro, il bambino soprattutto, “portano il fuoco”, cioè un residuo minimo di legge morale. E ciò avviene. Ma non sono riuscito a leggere e a vedere la conclusione in maniera ottimistica, troppo forte il senso di fine della storia, troppo opprimente il senso di scomparsa del futuro, e anche i momenti di affetto tra padre e figlio sono una fiammella troppo fioca in una tale notte. Il film da questo punto di vista è peggio del romanzo, perché se la lettura può essere diluita e con essa il carico di angoscia che trasmette, il film concentra in meno di due ore l’effetto del libro e se ne esce contenti di rivedere un mondo a colori.

8 Risposte

  1. sono interessata sia al libro che al film, ma credo li terrò per un periodo un po’ più “roseo” e meno incasinato di quello attuale! 😉

  2. Non so se anche a Venezia usa dire “no go frescheza”, quando si è più o meno nella mia condizione attuale, quella per cui io pure prendo atto sia del libro che del documentario, e lì mi fermo…
    Ma quando si è così, tra lo stupidino e lo stranito, vale a dire incapaci -e manco vogliosi- di approfondire, capita di cogliere elementi più… bo’, immediati, superficiali, primordiali… come ad esempio il suono, il mood delle parole (proprio perchè a quelle ci si ferma). E questo “cupe vampe” mi ha attanagliato, tanto che ho fatto perfino lo sforzo di cercare da dove arriva.
    Idem con una frase incrociata oggi, in francese, da cui sono stata catturata non solo per il contenuto, deliziosamente stupidino e quindi (modestamente) in sintonia con me, ma subito anche per il ritmo, che inequivocabilmente ballava in un certo modo, delizioso anche lui. Che poi subito dopo c’era la versione in inglese, concetto identico ma reso in modo secondo me assai diverso (più grezzo, direi). Per la scelta delle parole, ma ancora di più, di nuovo, per il ritmo, per la danza: in inglese chiude di brutto, con una pestata di piede, quello che in francese restava aperto e leggero. Come se l’ebbrezza alcolica francese volasse verso l’alto sulle ali di una farfalla e ti strizzasse l’occhio, frivola e femminile; mentre quella inglese, maschia e perentoria, ti schianta. Provare per credere:

    “Qu’importe le flacon, pourvu qu’on ait l’ivresse”..

    “No matter the bottle, as long as we get drunk”..

    Maccheccazzo ho detto..?? Più che altro ancora una volta sono riuscita a parlare di cose che non c’entravano niente. A mia discolpa, l’avevo premesso: no go frescheza.
    Cupe vampe!

  3. Credo il titolo dei post, peraltro azzeccatissimo sia nel primo che nel secondo caso, rimandi alla canzone dei C.S.I.: http://www.youtube.com/watch?v=dK6W2mZ7wDo
    O sbaglio s|a?;)

  4. Il titolo rimanda ai CSI, sì.

    Siu, non mi sembra che a Venezia il “no gò freschessa” si usi, ma rende l’idea, e per altro non mi sembra il tuo caso vista l’analisi fonetica sciorinata, conosco gente che bazzica per le aule che non avrà mai una tale sensibilità linguistica.

  5. @s|a: o hai anche tu un calo di “freschessa”, o sei troppo buono (la seconda che ho detto!)

    • Hahaha, un calo di “freschessa” ce l’ho di sicuro, qua oggi l’afa è notevole, con conseguente sensazione di camminare dentro una bolla che intorpidisce pensieri, riflessi, parole, opere e omissioni (ma prima dell’ultimo boccheggio riaffermo il commento precedente).

  6. Anch’io non ho mai sentito il “no go frescheza” neanche qui nell’entroterra..:)

    E’ vero poi Siu, il francese paragonato all’inglese par sempre pronunciato da femminielli in tutù rosa!
    Ma vuoi mettere un “get drunk” a un “avoir l’ivresse” ?!! :))
    Dio quanto amo l’inglese!

  7. Sorvolerò la tua provocazione ;-), cara Elena, con un “glissons” di francese eleganza (lontana peraltro dal concetto “femminielli in tutù rosa” come il giorno dalla notte!!), tornando al “local”. Perchè, sarà anche campanilismo linguistico, ma una delle tante possibilità che i triestini si danno per dire “ubriaco” batte secondo me di gran lunga sia “drunk” che “ivre”: “duro come un scalìn”. Immagino del resto che anche a Venessia ed entroterra il dizionario in questo campo non vi faccia mancare nulla…

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