soglia contro vega – la vendetta dei mostri

Uno pensa di dirigere la propria vita, ma la legge fondamentale dell’esistenza è il caso. La vita non ha altra logica che quella illogica delle coincidenze casuali, altro che volontà di potenza. Me ne capitano talmente tante e sorprendenti che dovrei smetterla di sorprendermi, e invece il più delle volte resto fulminato e dicendo tra me e me: no cazzo, un’altra volta, ma la vogliamo smettere, e sono sicuro che il Grande Manovratore intanto comincia a sbellicarsi dalle risate – mica per niente esiste la locuzione “ironia della sorte” – mentre io cerco di beccare e tagliare i fili trasparenti con cui mi muove. Come il mago nei numeri di levitazione, passo le mani di sotto, di sopra, a lato, ma niente, porco cane sono sottilissimi e invisibili.

Bene, questo è un post sull’ironia della sorte. Personaggi: Io, Lui (amico), Lei (amica e compagna di Lui), Amica (di Lei e Lui). L’ultimo post che avevo scritto lanciava terribili minacce contro vegetariani (piuttosto innocui), animalisti (già peggio, molto peggio), ma soprattutto contro i vegani, questi mostri terribili venuti da un altro pianeta, che un giorno, quando governerò il mondo, perseguiterò spietatamente e confinerò in Argentina. Dunque, c’è un’invenzione straordinaria che si chiama aereoplano che fa sì che, per esempio, la mattina uno stia passeggiando per Cannaregio, Venezia, Italia, e il pomeriggio per Hortaleza, Madrid, Spagna. Ospite di una coppia di amici, Lui e Lei, decidiamo dove andare a pranzo, non ho fatto altro per cinque giorni, passeggiare per la città e decidere dove andare a mangiare o a bere. Lei, con noncuranza: c’è questa Amica che lavora in un ristorante vegano ed è tanto che non la vedo, perché non andiamo a trovarla e così mangiamo là? Mi sfugge un perché no di cortesia accompagnato da un’occhiata supplicante a Lui, che non coglie, e quindi si va al vegano, prima volta della mia vita e giusto qualche giorno dopo che ho maledetto loro e la loro ideologia da mentecatti. Sì, era un pregiudizio il mio, ne ho tanti altri, se volete ve li elenco, ma ora non è più un pregiudizio, perché sono un empirista io.

Dopo aver abbracciato e baciato l’Amica, il cui atteggiamento, lo noto subito, ha quel misto di età dell’acquario, peace and love e albero di avatar che è un po’ la mia filosofia di vita, in quella parallela, ci accomodiamo. Pochi i tavoli occupati, ma non faccio quasi a tempo a sedermi che Lui mi indica, fra i quattro seduti in un angolo del ristorante, un tipo tarchiatello, faccia antipatica e taglio nazi dei capelli, con una maglietta nera attillata e la scritta: Partido Animalista (a Madrid la settimana prossima si vota per il sindaco). È il loro capo, o qualcosa di simile, mi dice Lui. Guardo di nuovo in alto, riprovo a cercare i fili del Burattinaio, ma niente, non posso fare altro che sperare la smetta presto di prendermi per il culo. Anche il resto dei clienti, nella migliore delle ipotesi, ha un’espressione triste. Nella parete di fronte è appeso una specie di sancta sanctorum fotografico di una sedicente “élite vegana”, di cui si viene invitati a far parte, per dominare il mondo suppongo e per togliere a noi NORMALI il piacere della buona tavola, ma venderò cara la pelle, mentre nella parete a sinistra, a confermare la suddetta concezione del piacere e della vita di questi personaggi, un televisore di quelli piatti è sintonizzato su un solo canale, questo qua: supreme master tv.com, che durante tutto il pranzo trasmette immagini di guerre, devastazioni, catastrofi, fame e freddo, di cui credo dovrei sentirmi io responsabile in quanto carnivoro-bianco-maschio-etero-occidentale, che qui non ci si fa mancare nulla. A un certo punto Lui un po’ s’incazza e lo fa notare all’Amica  che non è proprio bello mangiare al ristorante con quelle immagini lì. Un’altra volta in cui l’occhio sbanda a sinistra, colgo al volo in un intermezzo tra le bombe, i bimbi mutilati e le immagini del maestro supremo, lo slogan: make good karma: be loving, be veg, be green.

Adesso immagino che dovrei parlare delle pietanze, ma non lo farò, perché è come sparare sulla croce rossa. C’è la birra senza alcol e il vino senza alcol, o meglio, la birra senza birra, il vino senza vino e poi c’è anche il pollo senza pollo, ma loro lo chiamano pollo nel menù e così io ordino pollo che non è pollo in un ristorante vegano. Alcune cose hanno un qualche sapore per un’onnipresente salsa agrodolce. Ma l’Amica accompagna ogni pietanza in arrivo con la frase: questo è buonissimo. Non ha mai provato il pasticcio di pesce di mia madre. Malgrado il be veg, Io ed ancora di più Lui usciamo con il karma imbruttito. Una passeggiata fino al Parque del Buen Retiro sotto un cielo che poche città al mondo sfoggiano, il ritorno a casa casualmente – toh, come mai – per l’inizio di Nadal-Djokovic, un piatto di jamón serrano con due birre da litro ci restituiscono il good karma, ma provocano un terremoto in Cile, uno tsunami alle isole Fiji e un colpo di stato militare in Ciad.

5 Risposte

  1. Estremecedor relato vegano, con Natalie Portman dirigiendo el cotarro.

    Stefano, te has ido en lo mejor: la Puerta del Sol está que arde…

    • Y a mí que me gustaba tanto, y es vegana. No podrá funcionar nunca nuestra historia de amor.

  2. Sull’argomento animalista-vegetariano, io la penso così ….
    Sull’ironica malignità della sorte, son pienamente d’accordo con te.

  3. Ma perché lo chiamano pollo se non è pollo? Se contesti il sistema, dovresti trovare definizioni alternative (era un tocco di soia che sapeva di scarpa da ginnastica, vero?) E allora chiamala soia…
    E avete mangiato con le immagini orrorose che scorrevano?? Roba da rabaltare il tavolo in un impeto d’ira… ma che posto è? Menomale che, immagino, avrai mangiato un sacco di cose meravigliose, anche.
    Io mi ispiro ai gatti: bellissimi, feroci, carnivori.

    • Era tofu o seitan o qualcosa di simile, non chiedere a me, ma c’era anche una cosa che figurava come “spiedini” anche se era fatta dello stesso materiale tuttofare. E abbiamo pranzato con lo schermo colpevolizzante, sì.
      Fortunatamente, ho mangiato anche in altri posti e cose buone, abbondanti e tra l’altro a prezzi anche contenuti, che a Madrid si può ancora fare.

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