paltò

4 luglio 2012 - Una Risposta

Qualche giorno fa, durante la ‘Notte dell’arte’ organizzata dall’Università Ca’ Foscari in collaborazione col comune di Venezia e istituzioni varie, Paolo Nori è intervenuto con questo ‘Il paletot – Insolito discorso Discorso fantascientifico sulla lingua italiana’: se avete un’oretta libera, merita.

compagno collovati

12 giugno 2012 - 12 Risposte

Qualcuno dovrebbe spiegare a Fulvio Collovati, che in questo momento commenta Polonia-Russia, che i russi non sono “i sovietici”.

kill bill vol. 3

28 maggio 2012 - 2 Risposte

A causa di quale tragico segreto Hattori Hanzo ha rotto per la seconda volta il suo giuramento?

Coming soon.

meno sei

21 marzo 2012 - 21 Risposte

Pochi ormai i giorni mancanti al mio trasloco, un mese, l’ultimo trascorso, da delirio. Una delle prime conseguenze è stato lo stravolgimento dell’orario del sonno, che ha preso ritmi abbastanza strambi, del tipo che alle dieci di sera mi si chiudono gli occhi per la stanchezza e alle cinque del mattino, anche prima spesso, sono sveglio. Non è proprio un orario da vita sociale, soprattutto in quest’anticipazione di primavera, che invoglierebbe a prolungare l’appuntamento con le ombre o gli spriz prima di cena oltre l’orario della stessa, al massimo va bene se decidessi di frequentare gli afterhours, solo che arriverei sveglissimo e con il sapore di cornetto e caffé, e non sfatto di alcol e sostanze, per cui forse stonerei.

Dopo una vita vissuta su un’isola – divisa tra due isole, temporalmente – passo alla terraferma, posto che ci sia ancora qualcosa di fermo nell’esistenza. Seguo il cammino di molti veneziani, circa duemila l’anno, che abbandonano il centro storico e se ne vanno. Non vedo l’ora. Per quanto mi riguarda, il rapporto con questa città era ormai alla frutta da un bel po’, troppe cose ormai mi risultano insopportabili, e Venezia non è più per il sottoscritto, una città abitabile, semplicemente perché non è più una città, bensì un parco a tema in cui il residente è pure un fattore di disturbo. Di disturbo di chi o cosa? Ma del turismo e del turista, ovvio.

Un’altra delle conseguenze di quest’ultimo periodo così da fiato corto è stata che non ho più letto quasi niente, né visto alcun film. Fra le poche cose che ho letto c’è un breve libretto che ha pubblicato la casa editrice Corte del Fontego nella collana “Occhi aperti su Venezia”, dal formato tipo quello de “i sassi” di nottetempo, e dal titolo Caro turista. Poi ne ho letto un altro dal significativo titolo di Benettown. Il prossimo che mi compro sarà Lo scandalo del Lido, sul nuovo e invisibile palazzo del cinema.

L’autore del primo, Paolo Lanapoppi, fornisce dati e stime su un fenomeno, quello del turismo a Venezia, che in confronto le cavallette sono da auspicarsi, e per trentatre pagine e tre quarti su trentaquattro ho letto e condiviso ciò che descrive, a parte le ultime righe, scritte forse come wishful thinking o aggiunte perché un libro pessimista altrimenti non si venderebbe, e cioè quando dice: “Siamo ancora in tempo, amico turista.” Maddeché? Di cambiare la monocultura o monoeconomia del turismo a Venezia? Ma per favore. E lo sai benissimo anche tu, Paolo Lanapoppi, che non è più possibile invertire nulla di questa tendenza, perché non è una tendenza in fieri, ma un fatto già compiuto da anni. E sarà sempre peggio, credimi, a mano a mano che, a botte di duemila  all’anno, o forse di più in seguito, gli abitanti lasceranno la città e gli alberghi, bed&breakfast, pensioni, bar, ristoranti, pizzametro e kebab, negozi di maschere e vetro etc. etc. si prenderanno tutto ciò che non sarà una seconda, terza, quarta casa di chi vuole, e se lo può permettere, il pied-à-terre a Venezia per le occasioni che la municipalizzata Venezia Marketing & Eventi escogita, come ben dici, “per riempire  ulteriormente calli e campielli”.

Le seconde case sono già, dati del 2007 desunti dal libro, il 27% del totale. La stima di arrivi all’anno aggiornata parla di circa trenta milioni, equivalenti a 83 mila presenze giornaliere medie, poi ci sono i giorni di punta, e questo con la popolazione scesa a quota 59 mila. Ha buon gioco quindi l’autore nel dire: “Non è più una città quella che visitate, perché non ci sono più cittadini: ci sono solo lavoratori al servizio del turismo, camerieri, ristoratori, lavapiatti e lavapavimenti, operai d’imprese edili che restaurano i vostri alberghi e seconde case e la sera ripartono verso la campagna dove vivono e dalla quale si sono mossi alle cinque del mattino”, l’ora in cui mi sveglio io ‘sti giorni quando va bene. Ma non è questa la definizione esatta di un parco a tema? Per cui, tra l’altro, quando voi turisti vi lamentate dei veneziani perché vi hanno trattato di merda in qualche parte o vi hanno fatto accendere un mutuo per un toast reperto del cretaceo, c’è un’alta percentuale che il colpevole non sia per niente un autoctono, ma uno a cui non frega niente della buona reputazione degli abitanti della città, ammesso che sia possibile una cosa simile conoscendo i miei concittadini.

Il rapporto del 2006 del National Geographic sui siti dichiarati dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità a distanza di trent’anni dalla creazione della medaglia, evidenziava il punto critico nell’impatto del turismo: “Si ha un senso del degrado della città in ogni luogo e quasi ci si pente di esserci venuti perché la nostra presenza ci rende complici del deterioramento della città… Non si ha nessun spiraglio sulla vera vita della popolazione locale…”  E in effetti, scrive giustamente il Lanapoppi: “Così, quando esci al mattino [amico turista, ndr] in cerca della vita veneziana, della città vera che solo gli abitanti conoscono, non incontri altro che turisti come te, ognuno con la propria guida scritta da un veneziano che promette d’indirizzarti ai giardini segreti di Venezia, alle osterie nascoste dove i veneziani bevono lo spritz, alla Venezia sconosciuta e lontana dai percorsi turistici”.

Sante parole, Lanapoppi, aspetta un momento che mi è venuta la curiosità di vedere chi è l’autore, nel testo si dice che “Paolo Lanapoppi, veneziano, ha insegnato letteratura italiana negli USA. È autore, tra l’altro di una guida di Venezia (in The Penguin Guide to Italy, London – New York 1989…)”. Ma diobon! Allora, una di tre: o quella di prima era una strizzatina d’occhio, o sei in malafede, o sei mona. Ma come, scrivi un pamphlet contro il turismo a Venezia e una guida su Venezia?  Coerenza non è swahili, è italiano.

Ecco, io me ne vado fra sei giorni, non troppo lontano, a Mestre come tanti, in una casa che mi sembra bellissima, in una città brutta ma viva non perché ci sia “movida”,  non so se c’è e chi se ne fotte poi, ma perché ci sono gli abitanti. La quotidianità di alcune cose e luoghi e persone veneziane mi mancherà, ma a cosa sto pensando me lo tengo stretto, non ne faccio una guida.

mentecatti politicamente corretti crescono/3

18 marzo 2012 - Leave a Response

Ecco come la penso:

“Lo devo dire soprattutto per la vecchia e ‘dura’ sinistra: noi guadagnammo il nostro diritto di parola e di intervento soprattutto grazie all’esperienza, al sacrificio e al lavoro. Nessuno di noi si sarebbe mai alzato per dire che la nostra sessualità o pigmentazione o un nostro handicap erano di per se stessi titoli di merito. Ci sono molti modi di datare il momento in cui la sinistra perse o – come preferisco dire – rinunciò al suo vantaggio morale, ma questa era la prima volta che dovevo assistere a una svendita così a buon mercato”.

Dalle memorie di Christopher Hitchens, Hitch 22, Einaudi, 2012, p. 153

mentecatti politicamente corretti crescono/2

14 marzo 2012 - 16 Risposte

Non avevo un’impennata tale nelle visite al blog dalla grande carestia di patate del 1845. Nel post anteriore sono stato preveggente, comunque: dicevo che avrei potuto essere tacciato, fra le altre cose, di “antisemita”, visto che difendevo la Divina Commedia. Ecco che tale accusa mi è arrivata puntuale, ma non dall’architetto Valentina Sereni, che avrà di meglio da fare dall’alto della sua posizione di combattente per i diritti umani e per la sconfitta del razzismo, soprattutto quello sinuoso delle opere letterarie, bensì da un certo FunnyKing, “al secolo Paolo Rebuffo, laureato in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Genova”, che “ha lavorato come promotore finanziario è  responsabile dell’area trading mobiliare del gruppo blablabla” e che “svolge anche l’incarico di Investor Relator di blablabla, azienda quotata in borsa e controllata da blablabla”, leggo nel sito di Rischio Calcolato.

Questo fatto che di letteratura possono parlare tutti, perché tutti bene o male leggono e ogni opinione è valida (dicono), non varrebbe se io mi mettessi, dalla mia formazione letteraria, a dire cazzate di architettura o economia. Ma tant’è. In questo, e in mille altri casi passati, il discorso letterario serve ad altri scopi ben poco letterari. Premetto che avrei del lavoro da fare e sto pure traslocando, quindi perdere un’ora per rispondere alle boiate di te, Paolo FunnyKing Rebuffo, e a quelle di Valentina Sereni, è l’ultima cosa di cui ho voglia. E meno ancora entrare in una polemica fra voi due, perché poi tu porti avanti una personale critica alla proposta di gerush92 di cui a me non frega un cazzo. Ma tu citi il mio post dai contenuti “derisori” per distanziarti “energicamente” dalle mie “accuse e derisioni”, che dici essere “di chiaro sentore antisemita”. E questo, mi sembra di capire, anche perché Gerush92 è un’organizzazione ebraica. Ora sulla derisione, niente da dire, io la stupidità la prendo per il culo. Sul perché le mie righe siano di chiaro sentore antisemita, dovrei chiedertene spiegazione se, anche in questo caso, me ne fregasse qualcosa e se non pensassi che sei un perfetto idiota. [*] Vedi, io non mi sono minimamente premurato di vedere se la proposta di un un nuovo indice dei libri pericolosi venisse da un’organizzazione ebraica o antirazzista  o omossessuale o femminista o animalista, perché una cazzata resta tale indipendentemente dall’enunciatore. Non mi interessa nemmeno, come a quanto pare interessa a te, il motivo della visibilità di tale polemica data dal Corriere.

Per me l’oggetto del contendere è l’interpretazione politicamente corretta della letteratura, e null’altro. E quindi via di lezioncina. Primo assioma: o esiste la letteratura, o esiste il politicamente corretto. Aut aut, terzium non datur. Secondo assioma: la letteratura, la grande letteratura, quella che da millenni parla all’uomo dell’uomo (dico “uomo” intendendo “genere umano” e quindi anche le donne, una volta una tipa, ero a Madrid, mi ha detto che non devo dire “hombre” perché è sessista, devo dire “ser humano” o non mi ricordo cosa) gode di un’esenzione etica o morale di cui l’uomo in quanto cittadino di una polis non gode, e se ne fa uso ne risponderà alla propria coscienza, se ce l’ha, o alla legge nei casi più seri e in un mondo migliore di questo. Ma quest’esenzione etica o morale, la differenza è di orientamento e spesso le due categorie si confondono, nella prima prevale l’aspetto teleologico, nella seconda quello deontologico, quest’esenzione, dicevo, è il punto di partenza perché si possa aprire nella mente del lettore lo spazio per l’esercizio del giudizio etico o morale oltre che estetico. La letteratura si configura quindi come un laboratorio di esperienze e di vissuti, attraverso il quale il lettore, beneficiando della distanza data dalla rappresentazione, una distanza che aiuta la comprensione, amplia il proprio orizzonte esistenziale. Ogni tentativo di organizzare una teoria etica della letteratura fallisce miseramente e si finisce per appellarsi solo ai buoni sentimenti o a qualche principio umanistico, o  umanitario, come nel caso in questione. Ma la grande letteratura, quella di Dante e della Bibbia, di altri scrittori che qualcuno precedentemente ha citato nei commenti, Shakespeare o Dostoevskij per esempio, e quella di tantissimi altri da Cervantes a Vassilij Grossman a Richler a Flaubert e via di seguito, pesca dal fondo al di là del bene e del male dell’uomo,  dalle “latrine del cuore” diceva proprio lo scrittore francese, non è edificante insomma, e proprio per questo il  suo discorso ha valore morale. Mostra che l’uomo è sia un sacco di merda, sia qualcosa capace di elevarsi, moralmente, esteticamente, ad altezze siderali. Nulla aggiungo a ciò che già Platone aveva intuito, la letteratura è pericolosa per l’ordine della repubblica e i poeti vanno allontanati. L’esenzione morale sperimentata vicariamente dal lettore avviene in forma ludica, nello spazio sicuro dell’illusione, è ovvio, ma non senza conseguenze, perché come il bambino attraverso il gioco si prepara alla vita, così l’adulto leggendo (attraversando lo spazio dell’illusione, dell’in-lusio, cioè entrando a sua volta in gioco), può pensare alle proprie azioni, riconfigurare la propria esperienza e, nella migliore delle ipotesi, cambiare il proprio agire futuro.

Ma io voglio poterla esercitare la mia capacità di giudizio etico ed estetico, e non voglio che nessun mentecatto politicamente corretto mi liofilizzi i testi presupponendo che io abbia una mente semplice come la sua.

* * *

[*] Aggiornamento: dunque, a quanto pare ho preso una cantonata, ma non nel senso in cui ammettevo che poteva essere, e cioè di aver forse mal colto una frase ironica, questo non lo so ancora, ma perché quella frase dubbia l’ho attribuita a una persona sbagliata, e cioè a FunnyKing, il quale nel suo confusionato post a cui ho ridato un’occhiata, la frase la citava da un articolo di Maurizio Blondet. Ammazza che casino, mi scoppia la testa. Comunque, mi scuso con Paolo FunnyKing Rebuffo per l’epitteto di “perfetto idiota” attribuitogli e per la vagonata di sarcasmo nei suoi confronti disseminata nel post. Ora dovrei vedermela con questo Maurizio Blondet, che ha pubblicato l’articolo nel magazine a pagamento Effedieffe, se non fosse che appunto bisogna pagare l’abbonamento per commentare l’articolo. Mi sto rompendo abbastanza le balle con questa storia, che poi a parlar male della “politically correctness”, cosa che ritengo giusta, si finisce spesso in cattiva compagnia.

mentecatti politicamente corretti crescono

12 marzo 2012 - 20 Risposte

Apro il Corriere online e mi prende un mezzo colpo al leggere il seguente titolo:

C’è insomma questo gruppo di ricercatori e consulenti pure dell’ONU – il cui presidente, anzi mi scuso, la cui presidentessa, non vorrei mai mi tacciasse di sessista e poi a valanga di antisemita, islamofobo, omofobo, idrofobo, ignifugo e chissà cos’altro, è tale architetto, anzi, architetta Valentina Sereni – che ha partorito il delirio politicamente corretto di cui dà conto il Corriere nell’articolo e da cui espungo una fra le tante perle:

“È nostro dovere segnalare alle autoritá competenti, anche giudiziarie, che la Commedia presenta contenuti offensivi e razzisti che vanno approfonditi e conosciuti. Chiediamo, quindi, di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o, almeno, di inserire i necessari commenti e chiarimenti”.

La parte di me volgare sta cercando disperatamente di uscire, la tengo a bada. Ma l’unica cosa che mi viene da dire è che persone come Valentina Sereni mi fanno pena, e una gran tristezza. Purtroppo non sono innocue, anzi. Il totalitarismo è ormai travestito da politicamente corretto.