Tra le nuvole

3 febbraio 2010 - 9 Risposte

Ogni tanto arriva, imprevisto, il film che ti inquieta, sarà che va a battere proprio dove in quel momento il dente duole, ma ancor più perché tu sei entrato in sala disarmato, con le difese abbassate, magari anche con l’animo leggero, capita in una di quelle serate in cui avevi voglia di andare al cinema, anche da solo, perché non volevi stare a casa né uscire per bere qualcosa, più che di parlare con qualcuno avevi voglia di ascoltare, o solo voglia di finzione, di farti raccontare una storia. Inoltre il film ti incuriosiva, per quel che poco che ne sapevi: uno che di mestiere licenzia la gente per procura ed è sempre in aereo, con protagonista famoso: George Clooney. Quindi ti intabarri ben bene contro il freddo, arrivi un quarto d’ora prima al cinema, compri il biglietto, esci e ti fumi una cicca, rientri e prendi posto in una sala semivuota da martedì sera cinematografico veneziano. Ci sono film che capisci che sono un bel prodotto già dai titoli di testa, già dalle prime immagini, e le vedute dall’alto con cui inizia Tra le nuvole sono mozzafiato. E poi George Clooney a me piace (a parte il capitolo Canalis: ma perché, diobono, perché stai con la velina da cinepanettone e pure esperta interista a Controcampo solo per il fatto che trombava con Vieri all’epoca, no, dico, stai con una che stava con Bobo Vieri, te l’hanno mai detto, secondo me, no) e anche in questo film fa la sua porca figura come attore. Dalla storia, molto dura perché parla di una brutta bestia, la solitudine, vengo preso alla sprovvista. Il messaggio però è chiaro e positivo: le relazioni umane non sono quel peso di cui, come pensava Ryan Bingham il licenziatore cinico, bisogna sbarazzarsi per raggiungere le proprie mete, ma quelle mete hanno senso solo se c’è qualcuno con cui condividerle. Se ne accorgeva, tardi, il Chris McCandless di Into the Wild. E se ne accorge, tardi, anche Ryan Clooney, imparandone un’altra chissà di lezione, e cioè quella relazione tra risparmio ed errore di cui parlavo proprio qualche post fa, perché quando una persona ha risparmiato tutta la vita, al momento di investire si sbaglierà certamente. Pensoso anche per questa coincidenza, mi dirigo con la testa fra le nuvole verso casa. Siccome non ho cenato e non ho voglia di cucinare una volta arrivato, guardo se è aperta la mia pizza a metro preferita, uno di quei rifugi dall’anomia della città perché lì ti conoscono e ti salutano per nome, cosa che ricambio, poi chiedo due tranci, faccio per tirar fuori i soldi e siccome stanno chiudendo, mi impediscono di pagare. Esco con un sorriso, non per quei quattro euro sparagnati, ma per il gesto gentile e imprevisto, che mi riporta precariamente sulla terra.

* * *

p.s. Prima del film hanno proiettato due trailer, in accostamento davvero infelice: il primo, quello di Baciami ancora di Muccino, proprio repellente, poche volte un trailer mi ha nauseato così tanto, da andare là e prendere a schiaffoni attori e regista e intimare loro di smetterla di fare gli isterici, vai a fare in culo va, Muccino; il secondo, quello di Invictus, di Clint Eastwood, da segnarsi sul calendario il giorno in cui arriva nelle sale e correre a vederlo come per tutti gli ultimi film di quest’uomo strepitoso.

noi e loro, o anche modelli statici e dinamici, o anche sistemi aperti e chiusi

2 febbraio 2010 - Leave a Response

“Ogni cultura crea il proprio sistema di marginali, reietti, coloro che non si iscrivono al suo interno e che una descrizione sistematica e rigorosa esclude. L’irrompere nel sistema di ciò che è extrasistematico costituisce una delle fondamentali fonti di trasformazione di un modello statico in modello dinamico. […] L’osservatore, collocato al di fuori del sistema dato, può assumere un duplice ruolo. Infatti, un sistema che non abbia un osservatore esterno e sia interamente rinchiuso dentro la sua struttura non ha, e non può avere specificità. […] Solo la dislocazione del punto di vista al di fuori, in uno spazio esterno a sé, permette di cogliere la specificità di ciò che è regolare. Non a caso le prime descrizioni della specificità di un popolo sono sempre opera di stranieri.”

(Da Jurij M. Lotman, Cercare la strada. Modelli della cultura, Venezia, Marsilio, 1994)

Leggendo queste riflessioni di Lotman non potevo non pensare all’Italia del tempo presente, e alle sue “specificità” come le racconterebbe un occhio straniero. O migrante.

E verrà la fine del mondo in ottanta giorni…

1 febbraio 2010 - 5 Risposte

Da un po’ di giorni ormai, dall’ipod esce solo Johnny Cash, canzoni in modalità random dai tre album American Recordings, American III: Solitary Man American IV: The Man Comes Around. Ma mi sa che devo avere esagerato: se passando per la tangenziale di Mestre vedete uno che cerca di fermare le auto con una bibbia in una mano e un fucile nell’altra, quello sono io. Pentitevi finché c’è tempo. O almeno allacciate le cinture.

tutto il mondo è paese

24 gennaio 2010 - 3 Risposte

Ieri sera, tornato a casa non tardi dopo un giro di spriz, ho acceso un attimo la tv per vedere se beccavo il risultato della Juve, so che adesso perderò 5 di quei 10 lettori del blog, ma ero anche curioso di sapere se stavano continuando nel molto interessante, dal punto di vista fenomenologico, assalto alla retrocessione. Faccio zapping alla Fantozzi e capito su Mtv, il canale che una quindicina di anni fa trasmetteva musica e che poi è stato acquistato dal reparto malati mentali del Fatebenefratelli. Trasmettevano una cosa di cui avevo vagamente sentito parlare, con attori e personaggi famosi in diretta tipo la nostra Telethon per raccogliere fondi per Haiti, in quel momento c’era Julia Roberts ragazza call-center, alleggerendo come altri un po’ di senso di colpa per essere pagata venti milioni di dollari a film, neanche fosse Gloria Swanson. Poi le immagini sono tornate ad Haiti, e lì non ho potuto non girare canale, alla vista dell’inviato che metteva il microfono in bocca della superstite appena estratta spaurita dalla macerie, così come non ho potuto non ricordarmi delle grandissime performance della nostra televisione dopo il terremoto in Abruzzo, soprattutto quella di Lella Volta svegliando le persone che dormivano in macchina la notte successiva al sisma, per chiedere perché non avevano mangiato, seconda solo a quella insuperabile del TG di Riotta vantandosi dei dati dell’auditel. Quest’ultima credo resterà scolpita in eterno nella storia della RAI come il punto più basso mai raggiunto.

Avatar/2

23 gennaio 2010 - Leave a Response

Fedele al mio unico motto, kill your idols, rilancio la satira di Michele Serra ne L’Espresso di questa settimana, che mi è piaciuta.

L’Avatar Uniplus sgomina il virus

Il grande successo di ‘Avatar’ spiana definitivamente la strada al cinema super-tecnologico. Negli Usa fervono i preparativi per nuovi kolossal sempre più costosi e stupefacenti.

Avatar Due Per il secondo episodio di Avatar, James Cameron ha voluto superare se stesso. Il 3D di nuova generazione prevede per gli spettatori, oltre agli appositi occhiali, una prolunga nasale per sentire gli odori, enormi orecchie di cartone per la ricezione stereo, un sondino gastrico per provare la fame e la sete come gli eroi del film e un papillon fosforescente per esaudire un desiderio del regista. La storia: sul pianeta Pandora i buoni indigeni vengono colpiti da un virus che li fa uscire di senno. Si ubriacano, picchiano i bambini, giocano a poker e vogliono intitolare una strada a Craxi. Per fortuna Uniplus, un avatar immune dal contagio, sgomina il virus e salva il pianeta. A chi gli fa osservare che sembrerebbe un’enorme cazzata, Cameron ha risposto che una trama più complessa era impossibile, perché distrarrebbe gli spettatori dagli effetti speciali.

La carica dei marines Il kolossal bellico, firmato da Steven Spielberg, sperimenta la tecnologia ‘bassorilievo’, evoluzione del 3D basata su uno speciale schermo deformabile, che si protende all’interno della sala dando forma concreta all’azione cinematografica. Durante la scena madre, i marines arriveranno fino alla quinta fila della platea coinvolgendo gli spettatori nell’azione bellica. La Croce Rossa Internazionale, sponsor del film, monterà in ogni sala un ospedale da campo.

Save the World Prodotto da Al Gore e diretto dal regista indipendente Max Tipinek, già icona della beat generation, ‘Save the World’ è il primo vero echo-movie della storia. Girato su pellicola riciclata, consente allo spettatore di vedere due film sovrapposti, quello nuovo, la storia di una foca alla deriva a causa dello scioglimento dei ghiacciai, e quello già impresso sulla pellicola, che varia da sala a sala. Si potrà dunque vedere, per la prima volta, ‘Via col vento’ o ‘Cabaret’ o ‘Mezzogiorno di fuoco’ confuso con le immagini sovrapposte del nuovo film. Ne risulta un cast prodigioso: la foca Smarty, interpretata da una bravissima Meryl Streep, apparirà di volta in volta con Liza Minnelli, Clark Gable, Gary Cooper e altre star di Hollywood. Allo spettatore sarà fornito un cappuccio oscurante per coprirsi la testa durante gli attacchi di emicrania.

Bornoz Chi non conosce Fafnor, re di Bornoz, che combatte gli spietati Skabaral con i fedeli amici Kunam e Trokul? Ora la saga di Bornoz diventa film. Apparentemente è un film normalissimo, girato in due settimane a basso costo, con trucchi dozzinali e un cast di risulta. Ma grazie alla nuova tecnologia ’stupid press’ batterà ogni record di incasso: milioni di giornalisti in tutto il mondo, in cambio del cappellino di Fafnor e di una cartella stampa che contiene una banconota da cento dollari, hanno scritto recensioni entusiaste già un mese prima dell’uscita del film.

Giulietta e Romeo Da tempo a Hollywood si vocifera del tentativo di superare perfino il 3D grazie a una tecnologia sbalorditiva, il ‘real movie’. In gran segreto, negli studios della XVII Century Fox, si sta tentando di mettere in scena il più popolare tra i drammi scespiriani con attori in carne e ossa che recitano davanti agli spettatori. Uno speciale schermo, detto ’sipario’, si apre per consentire l’ingresso degli attori, che recitano Shakespeare in costume d’epoca, abolendo il tradizionale proiettore. “È impressionante”, dicono i pochi fortunati che hanno potuto assistere alle prove, “sembra di essere a teatro”. L’unico problema è che il ‘real movie’ può essere programmato solo in una sala per volta.

Avatar

22 gennaio 2010 - 3 Risposte

Allora, sarò veloce, anche perché sono le 2 di notte e il letto è una calamita. Sono appena tornato a casa dopo aver visto Avatar. Metto subito un inciso: NON vedetelo SE NON in 3D. Detto ciò, credo sia assolutamente inutile un discorso intellettuale sul film, su una trama facile da smontare, sulla tipologia dei personaggi, sulla trattazione più o meno ingenua, più o meno riuscita, o più o meno americana (il cattivo sempre cattivissimo) di temi e motivi: tutte cagate. Il film è una grandiosa, strabiliante macchina da divertimento, fatta per tenere incollati due ore e tre quarti gli spettatori allo schermo (allo schermo? dove cazzo era lo schermo?), così come dev’essere il  cinema. Io che l’ultimo film che ho visto in 3D è stato Lo squalo 3, occhiali di carta e lente rossa più lente verde di plasticone, quando ho indossato quelli digitali ho spalancato la bocca e l’ho chiusa dopo tre ore. Sono stato anche bravo, mi sono spostato di scatto una sola volta, è che una bomba mi avrebbe preso in pieno e volevo arrivare intero al lieto fine. Non ho messo nessuno spoiler perché solo una patata può pensare che non ci sia un lieto fine in un film così.

errori di calcolo (computistico)

21 gennaio 2010 - 8 Risposte

A volte, ma è meglio non indugiarvi troppo, uno si mette a guardare nel passato la catena di decisioni, o omissioni, contano uguale nel dare e avere del pallottoliere, che hanno fatto sì che uno sia quello che è o quello che fa in un dato momento, un tempo c’era anche una certa coincidenza tra fare ed essere, ora non è più così semplice. Per gioco, si può cercare di retrocedere all’infinito, a tutti gli svincoli o bivi in cui abbiamo dovuto scegliere, dal momento in cui abbiamo dovuto scegliere, perché per qualche tempo, durante l’infanzia, veniamo decisi dagli adulti che ci stanno intorno, e non è che quel periodo non conti, anzi, solo che uno non ne è responsabile in toto, e quindi così, per convenzione, faccio partire la responsabilità personale  dal momento delle prime manifestazioni di una volontà più o meno raziocinante o cosciente di sé, e risalgo come i salmoni la corrente del tempo, per esempio fino alla fine delle scuole medie e al momento di decidere che scuola superiore fare, una scelta fondamentale e piena di conseguenze per il futuro, non è la stessa cosa fare che ne so l’istituto professionale e in una scuola con una o tuttalpiù due femmine e mille maschi in età adolescenziale, o il liceo classico bene e in allegra mescolanza. Vado quindi a quei giorni di un’estate di metà anni ottanta e riappare questa  parola desueta, computisteria, scorta tra le materie d’insegnamento di un opuscolo dell’istituto tecnico commerciale, e subito associata  dal bambino, ma non più tanto bambino, al computer (che cazzone, bastava un’occhiata al dizionario), e dal computer più alla fantascienza  che all’applicazione dell’aritmetica ai calcoli di natura commerciale, zingarelli ad vocem, sicché in una delle prime decisioni serie il ragazzino canna di brutto e piuttosto stupidamente direi, ingenuamente ad essere buoni, e a dire il vero poi gli resterà questa cosa che devo anche aver già scritto da qualche parte nel blog, questa cosa che tra due ipotesi una delle quali è strampalata lui è facile che scelga sempre quella, assieme forse a un’inconscia paura di sbagliare, così come, ma questa è un’altra storia, una tendenza al risparmio, e non sto parlando di soldi, finché, come molte volte accade, un libro espliciterà il già saputo che solo diviene patente alla lettura, e cioè la relazione tra risparmio ed errore, perché quando una persona ha risparmiato tutta la vita, al momento di investire si sbaglierà certamente.