il cielo di Venezia, ovvero continua la serie di post vagamente dissuasori dal venirci

22 Novembre 2009 - 35 Responses

Questa è una foto dalla finestra della mia camera (il campanile è quello della chiesa di San Giobbe) scattata il 10 di ottobre: un pezzo di cielo andaluso passava sopra la città rallegrando la vita, le persone uscivano di casa contente anche se avevano lo sfratto esecutivo e un contratto in cocopro di un mese forse rinnovabile per un altro, sorridevano allo schitto del colombo cecchino sulla giacca nuova e pure alla prima merda di cane pestata sull’uscio di casa, dovete sapere che ogni veneziano ha un cane, o forse ogni cane ha un veneziano, dal chihuahua quello che abbaia stridulo e che prenderesti a calci con la rincorsa per vedere chi va più lontano, all’alano gigante che solo con un’occhiata gli vai a prendere una fiorentina di tre chili, le sigarette e la settimana enigmistica, che poi non capisco perché i cani non insegnano ai loro animali a pulire per terra, comunque tutto era bello quel giorno di sole, si poteva vedere la gente salutare dalle dolomiti, l’alta pressione faceva circolare veloce il sangue nelle vene e l’aria asciutta i pensieri dal cervello, e anche il veneziano più grugnone rispondeva gentile e compassionevole alle domande dei turisti che cercavano San Marco in direzione ostinata e contraria.

Ma è solo l’eccezione.

La regola è questa, foto di stamattina, ma potrei averla scattata qualunque mattina degli ultimi quindici giorni, o forse dell’ultimo mese o chissà dell’ultimo anno a parte il 10 di ottobre, perché Venezia è solita scivolare come un tossico dalla volontà labile in interminabili depressioni caspiche atmosferiche, che si fermano stagnanti per giorni e giorni sulla città, umide, collose come un blob tanto che si fa fatica a fendere l’aria, ci si resta invischiati, sudaticci, irascibili più di braccio di ferro, si può scegliere se camminare o nuotare per le calli tanto è umido, tutto è fermo, immobile, il tempo, l’aria, il sangue nelle vene non circola più per la bassa pressione e al terzo piano di scale la testa pulsa come il subwoofer di un rave, i pensieri in testa fermentano e diventano allucinazioni paranoiche perché nessun vento fresco arieggia il locale, le conversazioni sono laconiche, fataliste, piene di forse, boh, mah, boff, grunf, il turista che chiede scusi dov.. viene apostrofato con con un neutro va’ cagare, i progetti scompaiono, inghiottiti come le superfici delle cose nella nebbia, si sbatte contro angoli e spigoli e fra passanti, tonf, scus.., varda dove che ti va, di sera le luci dei lampioni galleggiano nel vuoto della foschia, se cerchi di raggiungerle e afferrarle scompari in acqua con un glub sordo, i vaporetti finiscono sugli scogli anche se in laguna non ci sono scogli, così, perché si sentono solidali con la deriva della città, l’ipod seleziona solo i Joy Division e poi di seguito The Holy Hour dei Cure, gli appuntamenti vengono disattesi all’ultimo minuto, sorpresi a tradimento dal sentimento dell’estrema vanità del tutto.

glubblobblabbolflopsgnap

12 Novembre 2009 - 9 Responses

Se lo fa “il Fatto Quotidiano” (p. 5 di oggi) perché non posso farlo anch’io?!

surreale cerchio del sapere

12 Novembre 2009 - 4 Responses

Con questa chicca sono finito su surripedia (sono soddisfazioni, che volete):

Eskimese sost.s.m. e f. sessantottino trasferito nell’Artico.

(perdonatemi)

Pregasi dare massima diffusione

26 Ottobre 2009 - 30 Responses

Sui metodi dell’sexooralcanceréquipe medica nello studio dei quindicimila casi devo dire che la fantasia si scatena facilmente.

La connessione tra pompino e diminuzione del cancro al seno mi sembra appropriata quanto quella, diciamo, tra consumo di peperonata e diminuzione dei gas serra.

Aggiornamento: come era facile immaginare, non ho trovato nessun dottor B(low) J(ob) Sooner al Johns Hopkins Hospital di Baltimora.

olimpico spirito di emulazione

13 Ottobre 2009 - 19 Responses

Dopo Venezia, Roma e Palermo, nei prossimi giorni continueranno a pioggia, con  le più sgangherate motivazioni, le candidature italiane per ospitare le Olimpiadi del 2020. Si annunciano  quelle di:

Trebaséleghe (PD)

Bojón (VE)

Roncobilaccio, frazione di Castiglione dei Pepoli (BO)

Zagarolo (RM)

Canosa (BA)

Pronti anche curiosi accoppiamenti (per fare sistema):

Cortina-Mazara del Vallo

Cavriago-Città del Vaticano

fenomenologia dei calzini

11 Ottobre 2009 - 19 Responses

Uno fa la lavatrice, stende i panni, una volta asciutti piega le magliette e i boxer e stira le camicie, ma resterà sempre là, indomabile e spostandosi da sopra il letto al divano, dal divano a una sedia e poi di nuovo sopra il letto,  per giorni e giorni e fino ad esaurimento degli stessi, il mucchio dei calzini da appaiare.

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Quando finisce l’infanzia

8 Ottobre 2009 - 6 Responses

Giorgio Agamben ha parlato dell’infanzia come dell’eterna guardiana di ciò che merita di sopravvivere. In Ciccì Coccò, bellissimo libro per bambini  ma che come al solito non è solo per bambini, quel gran genio di Bruno Munari ci spiega brevemente perché:

Un pulcino diventa adulto in poche settimane, un gatto in qualche mese, una persona in 13 anni. Durante l’infanzia siamo in quello stato che gli orientali definiscono Zen: la conoscenza della realtà che ci circonda avviene istintivamente mediante quella attività che gli adulti chiamano gioco. Tutti i recettori sensoriali sono aperti per ricevere dati: guardare, toccare, sentire i sapori, il caldo, il freddo, il peso e la leggerezza, il morbido e il duro, il ruvido e il liscio, i colori, le forme, le distanze, la luce  e il buio, il suono e il silenzio… tutto è nuovo, tutto è da imparare e il gioco favorisce la memorizzazione.

Poi si diventa adulti, si entra nella “società”, uno alla volta si chiudono i recettori sensoriali, non impariamo quasi più niente, usiamo solo la ragione e la parola e ci domandiamo: quanto costa? a cosa serve? quanto mi rende?

E poi, diventati ricchi, ci si fa costruire una bella villa al lago e, come ricordo di una infanzia felice e perduta per sempre, si fanno mettere in giardino la serie completa dei nanetti e Biancaneve in cemento colorato.

Singolare quel “e poi, diventati ricchi”, come dato per scontato. Un ottimista, Bruno Munari.